Alla fine ce l’ha fatta. E nessuno può pensare che per Maurizio Sacconi, ministro del Walfare, nato socialista e poi folgorato sulla via del liberismo estremo da chissà quale padrone, l’inserimento nella manovra economica di norme che rendono derogabili leggi e contratti nazionali del lavoro davanti a un contratto aziendale, non rappresenti il coronamento di un sogno. Inseguito con la pervicacia e la determinazione di una vendetta, Sacconi ha, di fatto, distrutto i contratti nazionali quadro di categoria, pugnalato al cuore la rappresentatività sindacale, aggirato l’intoccabilità dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e, soprattutto, dato la stura alla creazione di piccoli sindacati “gialli” interni alle aziende, anche le più piccole, che in nome della produttività dell’azienda del “signor padrone” saranno disposti a venire in deroga anche ai più elementari diritti del lavoro costituzionalmente garantiti. La Cgil è già sul piede di guerra, il segretario Camusso ha già annunciato lo sciopero generale, ma molto di più è atteso all’orizzonte.

In sostanza, dopo anni di tentativi di far fuori gli odiati “sindacalisti rossi” dai tavoli di qualsiasi trattativa, l’ex socialista Sacconi, folgorato dalla fede cattolica sulla via della convenienza tanto da essere autore, nel gennaio 2011, di una lettera aperta ai cattolici (controfirmata anche da Formigoni) in cui si chiedeva ai credenti tutti di sospendere il giudizio morale su Berlusconi in seguito all’affaire Ruby e alla successiva indagine per concussione e favoreggiamento della prostituzione minorile, ha concluso la sua battaglia: distruggere il sindacato. Nella manovra, infatti, si permette “ai contratti aziendali sottoscritti dalle associazioni dei lavoratori più rappresentative sul piano nazionale, o dalle rappresentanze sindacali operanti in azienda, di realizzare specifiche intese che potranno anche derogare dai contratti collettivi di lavoro e dallo Statuto dei lavoratori”. Purché, si legge nel testo del decreto, tutto ciò sa finalizzato alla “maggiore occupazione, alla qualità dei contratti, all’emersione del lavoro irregolare, agli incrementi di competitività e di salario, alla gestione delle crisi aziendali e occupazionali, agli investimenti e all’ avvio di nuove attività”. Ovviamente, non è scritto da nessuna parte chi debba vigilare all’applicazione di queste clausule e, soprattutto, se sia prevista qualsivoglia “punizione” nel caso in cui vengano disattese. Sempre secondo Sacconi, “le norme approvate in materia di lavoro contengono il “cuore” dello Statuto dei lavori in quanto attribuiscono ai contratti aziendali o territoriali la capacità di regolare tutto ciò che attiene all’organizzazione del lavoro e della produzione; il centro della contrattazione diventa l’azienda o il territorio”.

Per arrivare a questo risultato e per minare, in modo pressoché definitivo,l’autonomia delle parti sociali sui temi del lavoro, Sacconi ha inserito nella legge il riconoscimento “erga omnes” degli accordi di Pomigliano, di Mirafiori e della ex Bertone. Cioè: d’ora in poi sindacati comparativamente rappresentativi, a livello nazionale o di azienda, potranno stipulare contratti aziendali sostitutivi di quelli nazionali, senza nessuna certificazione di rappresentatività e senza nessun referendum tra il lavoratori. “E’ inutile che il ministro del Lavoro si sforzi di spiegare che l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori non viene toccato – tuonava l’altro giorno l’ex ministro del Lavoro del governo Prodi, Cesare Daminano – è vero invece che viene riconosciuta la sua derogabilità, ad eccezione dei licenziamenti discriminatori e per le lavoratrici in ‘concomitanza di matrimonio’; in tempo di crisi si tratta di un segnale grave e preoccupante che può aprire la strada a situazioni socialmente insostenibili. Per il Pd, una manovra che abbia come componente essenziale lo scempio dello stato sociale, dei diritti e della tutela dell’occupazione va assolutamente respinta al mittente”.

Non sarà così. Perché Sacconi è deciso a metterci la propria testa sull’approvazione di questa parte della manovra così com’è. E come piace tanto a Confindustria e alla Fiat. Val la pena ricordare che Sacconi, negli anni, si è distinto nella battaglia personale contro la Cgil spesso andando contro i voleri della sua stessa maggioranza e che, in questa occasione, ha messo davanti la necessità di una maggiore liberalizzazione e ulteriore flessibilità del mondo del lavoro per dare incremento alla crescita del Pil, lui che – storicamente e politicamente – ha sempre agito più da cicala che da formica. E’ bene anche sottolineare che Sacconi è stato relatore di maggioranza di alcune delle Finanziarie più spendaccione della storia della Repubblica, quelle del 1983, 1984 e 1987. Solamente le prime due, ad esempio, portarono il debito pubblico da 234 a 336 mila miliardi di lire. Dal 1987 fino al 1994 ha poi ricoperto ruoli di governo dove le maglie della spesa statale sono state tenute eccessivamente ampie, ma erano gli anni del pentapartito, dei governi Craxi, della Milano da bere, del consumismo spinto come stile di vita, delle notti in discoteca di De Michelis, della degenerazione correntizia della Dc, degli inutili richiami al rigore dei conti di Spadolini e dei repubblicani. E Maurizio Sacconi è stato uno dei protagonisti di quella stagione. Che ora, cristianamente, dà ai ricchi e toglie ai poveri.