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“Il Pd ha le sue proposte sul taglio dei costi della politica e le presenterà e sosterrà nei prossimi giorni in Parlamento”. Nicola Latorre, vicepresidente dei senatori Pd, non fa in tempo a finire la frase, ed è sepolto da una specie di ululato. I duemila che domenica sera affollano la Festa del Fatto a Fermo, nelle Marche, sono letteralmente infuriati. Anche una piccola, innocua e tutto sommato condivisibile promessa di “fare qualcosa” è sufficiente a scatenare la protesta contro il Pd e la sua titubanza. Latorre viene beccato in continuazione da urla e fischi. Eppure non si può dire che la serata conclusiva della Festa di Fermo sia stata una sagra dell’antipolitica: chi si azzarderebbe a catalogare come qualunquiste duemila persone che passano la domenica sera ordinatamente sedute ad ascoltare oltre quattro ore di dibattito politico?

Il confronto con Latorre è duro ma aperto. Quasi tutti quelli che lo contestano si dichiarano elettori (magari delusi) del Pd. Incalzato dalle domande di Sandra Amurri, l’ex fedelissimo di Massimo D’Alema prova anche a contrattaccare. Sullo scandalo di Sesto San Giovanni (le tangenti del sistema Penati) prima schiva il colpo (“Il Pd a livello nazionale è pulito”), poi accusa: “Temo che dietro i temi giusti della questione morale e dei costi della politica possa nascondersi un attacco assai insidioso al sistema dei partiti”. Pericolo democratico? Il direttore del Fatto, Antonio Padellaro, incalza l’esponente del Pd: “È da 50 anni che sento parlare di costi della politica e ogni volta che si affronta il problema c’è qualcuno che grida all’attacco alla democrazia dei partiti: senatore Latorre, non attacca più!”. La platea è con il direttore del Fatto, che invita a smetterla con le parole, “che si consumano”, e chiede i fatti.

Stranamente è Nichi Vendola, altra star della serata, a far balenare fatti concreti dietro la nube di parole nota come “narrazione”. Ironizza sui propositi di ritiro dalla scena attribuitigli dal settimanale berlusconiano Panorama, e rilancia. Pronto a scendere in campo per le primarie come candidato premier del centrosinistra, esplicitando che se fosse un centrosinistra allargato all’Udc di Pier Ferdinando Casini lui non si tirerebbe indietro. Niente veti sulle alleanze, insomma, in cambio di un’apertura ampia del Pd sull’ipotesi delle primarie.

Gli va subito dietro il sindaco di Napoli Luigi De Magistris: “Pronto a sostenere Nichi, se ci offre una politica seria”. L’ex magistrato non risparmia la sua frecciata contro il governatore pugliese che alle primarie di Napoli aveva appoggiato l’avversario, il candidato Mario Morcone. Però chiarisce che non porta rancore e che è sostanzialmente pronto a fare fronte comune per le prossime politiche con gli altri nuovi leader “anti-Pd” nati dalle primarie, come Vendola ed eventualmente lo stesso sindaco di Milano Giuliano Pisapia. A Latorre non resta che mettersi al vento: primarie siano, e Pier Luigi Bersani ci sarà come candidato del Pd.

Intanto il tema della stanchezza “del popolo”, come lo chiama Vendola, si declina anche sulle questioni più concrete dell’economia. C’è Lucia Annunziata che getta sul tappeto la questione del “capitalismo di rapina”, c’è il responsabile Auto della Fiom, Giorgio Airaudo, l’avversario di Sergio Marchionne, che avverte (ammiccando anche alla Cgil di Susanna Camusso): “Attenti alla coesione sociale, io vedo in giro una tensione pronta a esplodere in autunno. A sinistra qualcuno deve fare qualcosa per intercettare questa rabbia”.

Pronto a dargli sponda, a sorpresa, Diego Della Valle, imprenditore delle scarpe, che ha appena fatto fuori Cesare Geronzi dalle Assicurazioni Generali e adesso pensa a scalare il Corriere della Sera. “Se fossi un’operaio, oggi in Italia, sarei incazzatissimo”. L’aria di casa (la sua Tod’s è a pochi chilometri da Fermo) lo incoraggia a battute fuori protocollo. Si sente rappresentato dalla Confindustria? “Ufficialmente dovrei rispondere di sì”. Ma la rasoiata peggiore è per il numero uno delle Fs Mauro Moretti, cui Della Valle, come socio della Ntv, si prepara a fare concorrenza: “A Trenitalia per essere più competitiva basterebbe una sola mossa: mandare via Moretti e sostituirlo con un manager capace”.

Il Fatto Quotidiano, 2 agosto 2011