Emancipazione femminile e lotta contro la discriminazione delle donne. A che punto siamo in Italia? Sull’argomento, le opinioni sono almeno due. Da una parte quella del governo che sostiene come la situazione sia in sostanziale miglioramento, dall’altra quella di un cartello di associazioni che dice il contrario.

L’occasione per mettere a confronto i due punti di vista sarà il 15 luglio a New York, alla sede delle Nazioni unite, quando prima verrà presentato il dossier del governo italiano sui diritti delle donne e poi, per la prima volta, il rapporto ombra curato dalle 100 associazioni della piattaforma “Lavori in Corsa – 30 anni Cedaw, rappresentate per l’occasione da Fondazione Pangea e da Giuristi democratici.

La discussione si terrà davanti ai membri del Comitato per l’applicazione della Cedaw, (la Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, ndr) che quest’anno compie 30 anni. I 186 paesi che l’hanno sottoscritta devono presentare ogni quattro anni una relazione sui risultati raggiunti. Obiettivo della convenzione è l’eliminazione delle discriminazioni di genere a livello legislativo, politico, amministrativo, culturale, economico e sociale.

“Per la prima volta oltre 100 organizzazioni della società civile italiana presentano un minuzioso rapporto ombra di 154 pagine per criticare la relazione del nostro governo”, spiega Simona Lanzoni, responsabile dei progetti per la fondazione Pangea. Il Comitato poi, sulla base delle informazioni ricevute, formulerà le proprie osservazioni conclusive, che contengono una serie di raccomandazioni per orientare il lavoro dei governi nei cinque anni successivi. “Per la formulazione del nostro rapporto ombra abbiamo letto quanto redatto da Palazzo Chigi. Nonostante si trattasse di un rapporto ufficiale, il documento è stato pubblicato solo in inglese anche se i suggerimenti del comitato sono online da fine 2010”, prosegue Lanzoni. Segnali che sono indice di scarsa trasparenza verso i cittadini e di poca sensibilità nei confronti della diffusione della Convenzione.

A seguito del rapporto del governo italiano presentato nel 2005, il Comitato aveva espresso preoccupazione per il ruolo della donna in Italia. Tuttavia, come si legge nel rapporto ombra, “negli anni 2005-2009 in Italia non si sono registrati sostanziali miglioramenti della condizione femminile”. Infatti “è stato rilevato il disinteresse di gran parte del mondo istituzionale per il numero sempre crescente di violenze domestiche terminate in femminicidi, cui si è aggiunta la strumentalizzazione politica degli stupri commessi da stranieri in luoghi pubblici (un’esigua percentuale rispetto a quelli commessi tra le mura domestiche) al fine di approvare leggi ulteriormente repressive in materia di immigrazione”.

Inoltre le donne, nel 2007 hanno manifestato per chiedere investimenti e piani di intervento strutturali contro la violenza, e “per reclamare con forza la promozione di una cultura di genere paritaria capace di sradicare le vecchie concezioni patriarcali e gli stereotipi discriminanti alla base di queste violenze e, più in generale, della sottorappresentazione della donna nei luoghi di potere della vita sociale, culturale, economica e politica”.

Anche sull’accesso delle donne al lavoro non si è registrato alcun miglioramento, anche se negli ultimi anni “va riconosciuta al ministero delle Pari opportunità una crescente attenzione in materia di violenza di genere, che si è concretizzata nell’adozione di alcune leggi, fortemente volute dai centri antiviolenza. Leggi che da anni giacevano sepolte in Parlamento senza trovare spazio di discussione”. Le punte di eccellenza sono state l’accelerazione dell’approvazione della legge sullo stalking e l’adozione del Piano nazionale antiviolenza, ma oltre a queste necessarie riforme legislative, rimane aperta “la questione della presenza femminile nei luoghi di rappresentanza”.

Il maggiore ostacolo allo sviluppo della donna, come nota anche il Rapporto periodico del governo, è il “radicamento degli stereotipi sessisti” fomentato dalla cultura dei mass media e dal regresso dell’immagine della donna nel dibattito politico “date le continue allusioni sessuali”. Nonostante questo, però, “i comportamenti maschilisti e scorretti nei confronti delle donne sono stati ampiamente tollerati anche in sede pubblica e hanno rafforzato un sentimento di svalutazione delle donne e comportamenti rinunciatari”.

“Per quanto riguarda il lavoro – osserva Lanzoni – la donna deve affrontare due problemi: spesso è costretta a firmare dimissioni in bianco all’assunzione. Così, se rimane incinta, viene licenziata. Inoltre – aggiunge – a causa della diminuzione dei fondi pubblici al sistema sociale, deve rimanere a casa per occuparsi dell’assistenza ai figli, agli anziani e ai malati. A peggiorare la situazione anche l’eliminazione del tempo pieno a scuola causata dalla riforma Gelmini”, nota. Cruciale il nodo della salute riproduttiva, dove si sta riducendo all’osso la scelta dell’interruzione di gravidanza.

“Purtroppo molti provvedimenti del governo per la parità e la tutela della donna non sono stati implementati perché mancano i fondi. Dietro l’etichetta, insomma, c’è ben poco”. Vedremo se a New York anche il Comitato Cedaw condividerà le stesse criticità.