«Nessuna no-fly zone sarà imposta sulla Siria, dalla Turchia o da altri paesi. La Siria non è la Libia, lo scenario è completamente diverso». E’ uno dei minacciosi passaggi della conferenza stampa di Walid al Muallim, ministro degli esteri di Damasco. La conferenza, trasmessa dalla tv di stato siriana, sembra l’inizio di un’offensiva diplomatica siriana dopo il discorso del presidente Bashar Assad che lunedì ha promesso un’amnistia generale per tutti i «crimini» commessi fino al 20 giugno. I «crimini» sono le proteste antigovernative che da tre mesi scuotono il paese e a cui il regime ha risposto con una durissima repressione che ha prodotto più di 1300 morti finora.

Il ministro al Muallim ha dedicato il suo discorso soprattutto all’Europa: «La Siria respinge ogni interferenza straniera e uscirà dalla crisi più forte di prima – ha detto Muallim – Quanto accade in Siria è una questione interna e non accettiamo ingerenze. Agli europei voglio dire una cosa sola: basta con le interferenze».

Il riferimento è alle sanzioni che l’Ue ha approvato e iniziato ad applicare contro alti esponenti del regime, compresi alcuni membri della famiglia del presidente Assad. Francia e Gran Bretagna dovrebbero presentare oggi una nuova lista di aziende siriane legate all’apparato militare e di esponenti del regime da includere nelle sanzioni, inasprendole. Soprattutto, però, Damasco punta a stoppare qualsiasi risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che possa aprire la strada non solo a ulteriori misure di embargo internazionali ma anche a possibili interventi armati dall’esterno. «Cancelleremo l’Europa dalla nostra mappa geografica – ha detto Muallim – Da ora in poi guarderemo ad est». Il primo atto di questa inversione di rotta è la decisione siriana di uscire dall’Unione per il Mediterraneo, l’iniziativa euro-mediterranea lanciata dal presidente francese Nicolas Sarkozy e per la verità rimasta per lo più sulla carta.

L’est più prossimo è certamente l’Iran, l’unico paese ancora apertamente schierato a sostegno della Siria, dopo la silenziosa defezione di altri paesi arabi; ma l’est potrebbe essere anche la Cina, più decisa della Russia, almeno finora, a bloccare le iniziative occidentali all’Onu.

Il Cremlino, infatti, sta lentamente cambiando posizione, man mano che la situazione in Siria precipita e il conto delle vittime diventa più pesante, senza peraltro che le proteste accennino a fermarsi. Ieri il primo ministro russo Vladimir Putin ha chiesto di «aumentare la pressione internazionale» sulla Siria e ha detto che tra Mosca e Damasco non c’è «alcuna relazione speciale» dai tempi del crollo dell’Unione sovietica. Il primo ministro russo, però, ha escluso anche un intervento armato internazionale «tipo Iraq» e ha detto che i suoi diplomatici stanno lavorando, all’Onu, per una «soluzione politica» ancora non meglio specificata.

Dall’Onu, però, il segretario generale Ban Ki-Moon ha ripetuto la richiesta di consentire a ispettori internazionali di entrare nel paese per un’inchiesta indipendente che accerti la responsabilità dello spargimento di sangue. «Credo che tocchi innanzi tutto al presidente siriano Assad assumere prima che sia troppo tardi decisioni coraggiose e risolutive», ha detto Ki-Moon ai microfoni della BBC.

Quanto all’Iran, secondo il quotidiano israeliano Haaretz, che cita una fonte qualificata israeliana, Teheran starebbe attivamente collaborando con il regime di Damasco nella repressione delle manifestazioni. L’esercito siriano avrebbe ricevuto equipaggiamenti dall’Iran e alcuni reparti dei Guardiani della Rivoluzione e soprattutto delle forze speciali della Niru-ye Qods (un’unità stimata in circa 15mila uomini), starebbero operando in Siria fianco a fianco ai reparti dell’esercito locale. L’Iran avrebbe inoltre fornito sistemi per disturbare e intercettare le comunicazioni internet in Siria in modo da ridurre la capacità di azione attraverso i social network che sono stati la spina dorsale della trasmissione delle informazioni nelle altre rivolte arabe di questi mesi. Secondo alcune testimonianze citate da Haaretz, cittadini siriani avrebbero visto soldati che tra di loro parlavano farsi e con la barba, vietata nell’esercito siriano. E’ molto difficile verificare queste informazioni, visto che la Siria ha chiuso l’accesso ai giornalisti, ma Haaretz – quotidiano indipendente e di orientamento di sinistra – è sempre stato molto critico sull’allarmismo strumentale del governo israeliano rispetto all’Iran.

Nel discorso di Muallim, comunque, c’è posto anche per altri. Dopo l’Europa, il bersaglio principale è stato la Turchia, paese con cui Damasco aveva ottime relazioni fino a poco tempo fa. I toni per ora sono ancora concilianti: «Gli amici si vedono nel momento del bisogno – ha detto Muallim rivolto ad Ankara – E ci auguriamo che gli amici turchi sostengano la Siria e rivedano la loro posizione». La speranza sembra tuttavia flebile. Il premier turco Recep Tayyip Erdogan, secondo quanto riferisce la stampa turca, avrebbe ribadito al presidente statunitense Barack Obama quanto detto pochi giorni fa, prima delle elezioni che gli hanno dato per la terza volta la maggioranza in parlamento: le riforme promesse da Bashar Assad non sono sufficienti e la Siria dovrebbe muoversi nella direzione di un sistema democratico multipartitico. La Turchia non si è limitata alle dichiarazioni. I 900 chilometri di frontiera terrestre tra i due paesi sono rimasti aperti e Ankara ha accolto già oltre 11 mila profughi siriani, scappati nei giorni scorsi dalla zona di Jisr al-Shughur, nel nord ovest del paese, dove l’esercito siriano ha in corso l’ennesima operazione di repressione. La preoccupazione di Damasco è che un eventuale intervento internazionale potrebbe essere guidato proprio dalla Turchia, l’unico paese della zona in possesso degli strumenti militari adeguati, sia terrestri che aerei. Il secondo motivo di preoccupazione è che, non appena sarà finita la crisi in Libia, la macchina militare della Nato possa rivolgersi verso est, un’eventualità a cui l’esercito siriano sarebbe del tutto impreparato, anche con il sostegno iraniano. Tra le righe del messaggio di Muallim, però, si può leggere anche la minaccia di un effetto domino: se l’occidente attacca la Siria, l’Iran non starà a guardare. Con tutte le imprevedibili conseguenze del caso.

di Joseph ZarlingoLettera22