Passata l’euforia della vittoria ora il Pd si trova davanti, soprattutto in Emilia Romagna, Toscana e Liguria, al bivio più importante, ampiamente annunciato e previsto: la gestione dei servizi idrici. Lo scorporo dalle aziende – delle quali il Pd, attraverso i suoi sindaci, è azionista di maggioranza in queste tre regioni – delle risorse idriche.

Almeno questa sarebbe la scelta naturale e politica. Ma i Comuni che gestiscono i serv izi idrici dall’acqua hanno notevoli proventi e non tutti sono per questa soluzione. Qualcuno dice che, abrogata la legge con il referendum, bisogna attendere che il parlamento ne voti una nuova, altri – come il sindaco di Bologna Virginio Merola – chiedono di “poter festeggiare in santa pace il buon risultato”.

Un caos, come si dimostra già in questi giorni in Emilia Romagna dove di servizi idrici sono affidati alle mani di Hera, azienda pubblica di stampo Pd, ovviamente.

L’azienda aveva annunciato alla vigilia dei referendum che se avesse vinto il sì loro avrebbero smesso di investire. Ieri, dopo una lunga riunione, è stato deciso che per ora gli investimenti della società multiservizi proseguiranno, per ben 26,5 milioni di euro, ma sul futuro incombe il verdetto popolare.

Adesso che la sbornia di chi ha gioito per il risultato sta terminando, restano molti punti interrogativi per capire quali ripercussioni pratiche avrà l’espressione del voto popolare. La questione dell’acqua è quella che richiede un intervento più tempestivo. Il responso del 12 e 13 giugno ha messo in difficoltà il colosso Hera Spa che in Regione opera in regime di monopolio: votare sì al secondo quesito ha significato abrogare la possibilità di remunerare gli investimenti fatti. E mentre emerge l’esigenza di una legge nazionale che colmi il vuoto normativo creatosi, c’è chi fatica a rimboccarsi le maniche e si gode il clima della festa. È Virginio Merola, il sindaco di Bologna, che non pare preoccuparsi troppo dei rapporti con la multiutility: “Per adesso godiamoci il buon risultato del referendum, le conseguenze del voto popolare su Hera le valuteremo. Devo ancora incontrare l’azienda e bisogna vedere anche quali decisioni assumerà il Parlamento”.

Certo il Transatlantico fa melina e continua a essere in preda ai marosi di una maggioranza scompaginata dalla batosta delle urne, ma non per questo la soluzione dei problemi locali va procrastinata. A provarlo è la stessa Hera che continua a chiudere i conti in rosso: 187 milioni di euro è l’ammontare andato in fumo nell’ultimo periodo, pari alla diminuzione della capitalizzazione che c’è stata tra il 3 e il 13 giugno.

Il problema c’è, è delicato e racconta di un conflitto di interessi in casa del Pd regionale, che lo sta portando a un’incrinatura dei rapporti con Hera. Se il Pdl ha cavalcato la linea del non voto per proteggere il presidente del Consiglio dai suoi processi, il Pd ha fatto dei referendum un vessillo politico per tentare l’ultima spallata a un governo traballante. In questo momento la retorica dei tardivi convincimenti non serve più, devono seguire i fatti.

Liana Barbati, capogruppo regionale dell’Idv, ha chiesto le dimissioni di Andrea Viero, direttore generale di Iren Spa, azienda che coordina l’attività delle società territoriali dell’Emilia Romagna per la gestione operativa del ciclo idrico integrato e di Maurizio Chiarini, amministratore delegato di Hera, che prima del voto aveva detto: “Se vincerà il sì, il referendum bloccherà gli investimenti con effetti pesanti per l’occupazione e pericolosi per i consumatori”. “Solo fumo negli occhi”, le parole di Barbati per il Movimento 5 Stelle che in un comunicato accusa direttamente il partito di Di Pietro: “L’Idv vuole scaricare le sue responsabilità politiche visto che governa con il Pd e ha avvallato le scelte di Hera. Si vuole davvero cambiare e rispettare il voto degli italiani? Si scorpori l’acqua da Iren ed Hera e si dia in mano ai consorzi pubblici eletti direttamente dai cittadini e non dai partiti con le solite spartizioni”.

L’unica reazione in tal senso, tra le fila dei sindaci Pd, sembra quella di Roberto Balzani, primo cittadino di Forlì: “L’abolizione dell’articolo 23 bis, che avrebbe imposto la gestione ai privati per decreto, ci permette di ragionare sulla possibilità di affidare il servizio oggi svolto da Hera a Romagna Acque. È una società interamente pubblica, capitalizzata, che se impiega bene i mezzi che ha, può essere in grado di assicurare una buona gestione pubblica dell’acqua. Certo, è una sfida, ma è una possibilità che dobbiamo valutare”.

Balzani, al momento, è l’unico che ha tentato di sciogliere il “nodo gordiano” del Pd, come l’ha definito Pietro Vandini, capogruppo del Movimento 5 Stelle di Ravenna. Vandini ha depositato un’interrogazione con richiesta di discussione in consiglio comunale per sapere “come farà il Pd a districarsi, dopo aver appoggiato l’abrogazione della quota di remunerazione del capitale, quando è noto che i suoi uomini sono dentro al management di Hera, la multiutility che ha affermato a mezzo stampa che il referendum non potrà avere alcun effetto pratico”. Si guarda a un futuro prossimo ma incerto: “Pare infatti – prosegue Vandini- che già sia pronta una proposta di legge targata Pd che, all’abrogato articolo 154 del d.l. 152/2006, voglia sostituire una norma secondo cui un 4 per cento della tariffa venga assegnata all’azienda erogatrice nella forma della copertura del rischio d’impresa”.

Il Movimento 5 Stelle valuta questa strategia del Pd come una chiara volontà di “ripristinare la remunerazione del capitale abrogata dal referendum, una proposta che si colloca nella scia della politica liberista che -dicono- ci perseguita da 20 anni e che il vertice del Pd è il più coerente ad incarnare”.

Il sindaco di Ravenna Fabrizio Matteucci dovrà trovare una risposta convincente anche un’altra interrogazione depositata in Comune. A firmarla Nereo Foschini e Alberto Ancarani, capogruppo e vice del Pdl locale. Alla base delle loro domande al sindaco una considerazione: “Grazie alle opportunità previste dal decreto Ronchi, Hera aveva assicurato investimenti rilevanti per il miglioramento del servizio idrico e ad oggi gli investimenti realizzati, in corso di realizzazione o da realizzare sono finanziati e remunerati con la tariffa approvata da Ato 7 Ravenna, in contraddittorio con il gestore Hera e di conseguenza pagati dai cittadini con le bollette”. Tenendo conto di ciò i consiglieri del Pdl ritengono che “l’esito referendario ponga in serio dubbio la realizzazione degli investimenti programmati, come peraltro dichiarato pubblicamente dal management di Hera”.

Che cosa succederà adesso è la domanda che tutti si stanno facendo. Daniele Manca, sindaco di Imola e presidente del patto di sindacato dei soci pubblici di Hera, ha gettato – è il caso di dirlo – acqua sul fuoco: “E’ opportuno e utile – ha detto – tenere conto che ci sono convenzioni in essere con le aziende, contratti vigenti che vanno rispettati e che non vengono messi in discussione dai referendum”. Insomma, la palla passa di nuovo alla holding Hera. Il suo direttore generale Roberto Barilli, in un incontro tenutosi alla Provincia di Bologna, ha manifestato a Emanuele Burgin, assessore provinciale all’ambiente in rappresentanza dell’autorità d’ambito (Ato), la “piena disponibilità a proseguire gli investimenti già previsti dalla vigente convenzione, che per il 2011 ammontano a 26,5 milioni di euro”. “Ato ed Hera concordano – si legge in una nota- sulla validità dell’attuale convenzione, nell’attesa di poter riprendere detto percorso anche alla luce della nuova normativa che sarà definita in seguito al referendum”.