“Era vero venti anni fa, ed è ancora più vero oggi: sono le persone la vera ricchezza delle nazioni”. Riesce a trasmettere convinzione ed entusiasmo Cécile Molinier, direttrice dell’ufficio di Ginevra dell’United Nations Development Programme (Undp), a Perugia per presentare l’edizione 2010, la ventesima, del Rapporto sullo Sviluppo Umano.

L’occasione per la presenza di Molinier in Italia è il Forum internazionale sulla cooperazione territoriale organizzato a Foligno dal Fondo Enti locali per la cooperazione decentrata e lo sviluppo sostenibile (Felcos) assieme all’Iniziativa Art dell’Undp. Tre giorni, dal 15 al 17 giugno, per discutere di tutti quegli aspetti, tecnici, politici ed economici che creano la trama delle relazioni della cooperazione territoriale. Fuori dal gergo, è la cooperazione internazionale che non passa tanto dai ministeri degli esteri e dai governi, quanto dagli enti locali, dai comuni, dalle università e da una miriade di “attori” non istituzionali.

l’Undp, attraverso Art, ha scommesso con decisione su questo tipo di cooperazione decentrata, perché – dice Molinier – “consente di ragionare e agire in termini di condivisione di obiettivi, di co-sviluppo e di collaborazione su basi paritetiche e in condizione di reciprocità, rafforzando quindi l’idea che lo sviluppo umano è un tema che riguarda tutti e non solo, come a volte si crede, i paesi del sud del mondo”.

La cooperazione decentrata, peraltro, in un periodo di costanti tagli alla cooperazione governativa, mantiene viva un’idea attiva di rapporti positivi tra nord e sud del mondo. L’Italia, in questo come in altri campi, è in fondo alla classifica: le proiezioni al 2015 dicono che lo stanziamento per l’Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) toccherà al soglia dello 0,10 del Pil italiano, quando dovrebbe essere lo 0,7 per cento. In pratica, il 50 per cento del deficit europeo rispetto agli obiettivi degli stanziamenti di cooperazione internazionale dipende dai tagli fatti dall’Italia negli ultimi anni, specialmente negli ultimi tre. Il risultato di questa ritirata è che oggi, in Italia, il totale dei fondi mobilitati dalla cooperazione decentrata è maggiore degli stanziamenti del governo per la cooperazione.

Trasmette entusiasmo Cécile Molinier e spiega quale sia stato e possa continuare ad essere il ruolo di Undp: “Venti anni fa siamo stati tra i primi a dire che la valutazione dello sviluppo non poteva essere misurata solo in base ai parametri economici, ma che andavano considerati altri riferimenti, come la salute e l’accesso all’istruzione”. Reddito pro capite, salute e istruzione sono i tre riferimenti principali per l’Indice di sviluppo umano (Human development index, Hdi), l’indicatore usato dall’Undp per valutare il progresso di ciascun paese. “E’ sicuramente un indicatore più completo del Pil – spiega Molinier – Ma siamo pienamente consapevoli dei suoi limiti e su questi stiamo lavorando per avere indicazioni più chiare e complete”.

Alcuni esempi di queste indicazioni sono contenute proprio nel Rapporto 2010. I ricercatori dell’Undp stanno inserendo nelle valutazioni dei paesi altri indici, come l’Indice di diseguaglianza di genere, per misurare le differenze (economiche, di potere, di accesso ai servizi) tra uomini e donne; l’Indice multidimensionale di povertà, che serve a “valutare” la povertà tenendo conto non solo del livello dei due dollari al giorno considerato la “soglia” dalla Banca mondiale, ma anche di altri parametri (abitazioni, accesso all’acqua, sanità). “E poi c’è l’indice che ci sembra più interessante – dice ancora Cécile Molinier – L’Indice di disuguaglianza che serve a correggere l’indice di sviluppo umano, mettendo in rilievo quale sia in ciascun paese il peso delle diseguaglianze interne, anche in presenza di progressi dal punto di vista degli altri parametri. E’ un indice che aiuta a leggere, per esempio, la situazione che si è creata nei paesi arabi esplosi in questi ultimi mesi, ma che serve pure a capire quale sia la tendenza in molti paesi che si considerano sviluppati”.

La sfida più importante, però, per l’Undp e per la sua inquadratura sui problemi dello sviluppo è, secondo Cécile Molinier, “l’inclusione della sostenibilità ambientale e della democrazia tra i parametri per valutare la situazione di un paese o di una determinata regione”. Di nuovo, come venti anni fa, non basta parlare di crescita economica senza altre qualificazioni: “Lo sviluppo che abbiamo in mente deve essere includente, equo e sostenibile – spiega Molinier – Così come la crescita economica non può essere raggiunta a scapito della qualità delle condizioni di vita e dei diritti individuali, non si può non valutare il progresso di un paese senza tenere conto delle ricadute ambientali della sua crescita o del tasso di libertà di cui, a prescindere dal regime politico, i cittadini possono godere”.

Queste due “variabili” aggiuntive rappresentano le principali novità “dell’HDI 2.0” come scherzosamente lo definisce la direttrice Molinier: “Il nostro approccio continua a essere quello di venti anni fa, nello spirito, cioè provare a individuare quei temi e quegli aspetti multidimensionali dell’idea di sviluppo che ci servano a riportare al centro delle politiche gli individui, le persone. Perché alla fine lo sviluppo umano vuol dire accrescere le capacità e le possibilità di scelta di ogni persona, in tutti i campi, in tutti i paesi”.

Joseph Zarlingo – Lettera 22