Senza acqua, indebitati dalla testa ai piedi e per questo sul piede di guerra in vista del 12 e 13 giugno. In Calabria, dove sorgono due delle più grandi dighe d’Italia, il voto al referendum vale più dell’oro. In ballo c’è la permanenza sul territorio della So.Ri.Cal (Società Risorse Idriche Calabresi), figlia della francese Veolia, socia di minoranza della Regione Calabria con la quale spartisce la gestione di tutte le risorse idriche calabresi (46,5 per cento) ma che, da qualche giorno, ha deciso di chiudere a staffetta i rubinetti della Piana di Gioia Tauro.

Attraverso la milanese Siba, So.Ri.Cal gestisce – con concessione trentennale – il 46,5 per cento dell’intero patrimonio idrico regionale. Serve 385 comuni. Di questi ben 300 sono morosi, non hanno cioè fondi sufficienti per coprire le tariffe che – denunciano i sindaci – sono state aumentate arbitrariamente del 5 per cento l’anno dal 2007 in poi. Ecco la situazione: 147 amministrazioni hanno maturato un debito dai 6 mesi ai 2 anni di fatturato, 52 dai 2 a 4 anni, infine le restanti 26 hanno una morosità che va dai 4 ai 6 anni.

Frascineto, Cinquefrondi, San Lorenzo del Vallo, Motta San Giovanni. Sette anni fa, queste cittadine, alcune ricche di acque proprie, si sono viste piombare in casa i privati con i quali hanno dovuto sottoscrivere un contratto voluto dalla Regione.

Sbarcata in Calabria nel 2004, come previsto dalla Legge Galli, la So.Ri.Cal vanta oggi nei confronti dei comuni un credito di centinaia di migliaia di euro. Con imbarazzo, Luciano Marranghello, primo cittadino di San Lorenzo del Vallo racconta che “da anni non paghiamo più, un po’ perché i calabresi dimenticano di pagare la bolletta… un po’ perché il debito già c’era. Dopo il commissariamento, eravamo debitori per circa 400 mila euro. Ho cercato di mettere a posto i conti e l’azienda ci ha fatto sottoscrivere una nuova convenzione in base alla quale chiudeva un occhio su alcuni crediti maturati se avessimo ricominciato a pagare”. Ma qualcosa è andato storto. “So.Ri.cal – denuncia Marranghello – ha cominciato ad aumentare le tariffe del 5 per cento annuo. Pagavamo 100mila euro nel 2005, nel 2006 me ne hanno chiesti il 5 per cento in più e nel 2007 avrei dovuto pagare l’aumento del 2006 più il 5 per cento del 2007. Una cifra pari ad un intero bilancio comunale”.

A favore dei sindaci si è già pronunciata la Corte dei Conti (sezione regionale di controllo) che, in una delibera (n.388 del 2010) ha stabilito l’illegittimità dell’azione di So.Ri.Cal perché “dove non c’è il metodo normalizzato – si legge – le tariffe sull’acqua possono essere determinate solo a livello nazionale e quindi dal Cipe”. Sulla questione, invece non si è ancora espressa la Regione Calabria, socia di maggioranza. Non è volata una mosca nemmeno sul fatto che ai comuni hanno bloccato l’erogazione dell’acqua. Per legge (convenzione del 13 giugno 2003), è a lei che spetterebbe di esercitare potere decisionale sul restante 53,5 per cento della torta.

Sono intervenuti invece un gruppo di consiglieri regionali in quota Idv. Tra tutti si è distinto Mimmo Talarico che in un’interrogazione si è domandato come mai la So.Ri.Cal avesse continuato ad applicare delle tariffe illegittime dato che la Corte dei conti regionale si era già pronunciata a loro sfavore. E perché – chiede Talarico – il presidente Scopelliti non ha “posto in essere iniziative concrete finalizzate a dirimere tutti i dubbi sollevati dalla gestion e Sorical negli anni?”.

Il governatore è molto occupato, dice uno degli uomini dello staff presidenziale che aggiunge: “So. Ri.cal non ha chiuso l’acqua. Noi portiamo il tubo con una valvola all’ingresso di ogni paese. Da quel punto in poi inizia la rete fatiscente. Alcuni ne approfittano per rubare l’acqua e invece di far riparare le condotte alcuni Comuni spendono soldi organizzando sagra della melanzana…”.

Se al referendum del 12 e 13 giugno dovessero vincere i sì, a Giuseppe Scopelliti spetteranno non poche seccature. Con l’avvento di Veolià (2004), la Regione ha abbandonato ogni tentativo di elaborare un piano normativo di gestione idrica alternativo al “metodo” So.Ri.Cal. Per esempio, non ha mai istituito gli Ato: ambiti territoriali ottimali, territori appunto su cui sono organizzati servizi pubblici integrati e che dovrebbero trattare con le aziende private al posto dei comuni per evitare ‘fraintendimenti’. Se dovessero vincere i sì al referendum, l’azienda (che secondo i sindaci chiude l’acqua perché è in cerca di quattrini “dato che ha già messo in bilancio centinaia di migliaia di euro”) sarà costretta a mettere mano al portafoglio. E a rimborsare tutti i comuni per aver applicato tariffe superiori a quella previste dal Cipe e quindi dalla presidenza del Consiglio.

di Giulia Cerino