Che mentano i dittatori, è normale: i regimi totalitari sono incardinati sulla menzogna, se ne nutrono per stare in piedi. Negli anni della guerra fredda, Nikita Krushev bluffava sul numero di missili dell’arsenale sovietico per dissuadere gli americani dallo sparare il primo colpo: e così partì la corsa agli armamenti. Negli ultimi giorni di Baghdad un Saddam Hussein ormai alle corde lanciava proclami bellicosi dal suo bunker, come fosse a un passo dalla vittoria finale sul Grande Satana. E davanti alla rivolta dei popoli arabi i Gheddafi e i Mubarak hanno eretto cortine fumogene di propaganda, fingendosi vittime di complotti stranieri o di frange fondamentaliste. Ma mentono, per ragioni diverse, anche i leader democratici. Quando Clinton giurò in tv a milioni di americani di non avere avuto una relazione sessuale con «quella donna, Miss Lewinsky», si aggrappava a un sottile distinguo dell’etica battista, secondo cui relazione sessuale implica un coito in senso stretto, non una semplice prestazione orale. Non era tecnicamente una bugia, ma neppure la verità, e gli elettori non perdonarono. Anche se gli andrebbe riconosciuta l’attenuante di dover salvare la faccia da un’inchiesta che violava la sua privacy (e fino a prova contraria, alla Casa Bianca, non c’erano festini né escort).

Una bugia egoista, insomma, diversamente da quelle “altruiste”, per il bene del paese, architettate da George W. Bush intorno alle fantomatiche armi di distruzione di massa di Saddam: nient’altro che uno spauracchio per convincere Congresso e opinione pubblica della necessità di attaccare l’Iraq. Cia e Pentagono rovesciavano la colpa sul dittatore, che avrebbe millantato un arsenale fittizio per spaventare gli iraniani: ma in seguito l’interessato si rimangiò tutto, e gli ispettori dell’Onu confermarono il bluff. Non è il primo, né l’unico caso nella storia degli Stati Uniti. Nel 1964, un altro presidente, il democratico Lyndon Johnson, aveva sfruttato l’infame incidente del Golfo del Tonchino per dare il via all’escalation in Vietnam. E quattro anni prima, Eisenhower cavalcò la montatura degli aerei spia sovietici U-2, affossando un vertice programmato col Cremlino.

E risalendo ancora più indietro, nel 1941, Roosevelt esagerò la portata di una schermaglia tra un sottomarino tedesco e un cacciatorpediniere della marina Usa per affrettare l’ingresso del paese nella Seconda Guerra Mondiale. Chi ha il naso più lungo, insomma: un tiranno assoluto o un presidente eletto dal popolo? Il politologo di Chicago John J. Mearsheimer non ha dubbi. Come dimostra nel suo ultimo penetrante saggio, Why leaders lie (Oxford University Press, se ne possono scaricare dei brani da Amazon.com) sono proprio i leader democratici a cacciare più balle, soprattutto quando si profili una qualche minaccia alla sicurezza nazionale, perché per andare in guerra, al contrario dei despoti, hanno bisogno del consenso popolare.

Scatta così il meccanismo del fearmongering, lo spaccio della paura: si gonfia la portata di pericoli incombenti, e si chiamano i cittadini alle armi. Un altro tipo di menzogna è «l’insabbiamento strategico», quando un leader nasconde la verità per non confessare una scelta che potrebbe suscitare reazioni negative. John F. Kennedy, per esempio, smentì un accordo con Mosca per togliere i missili americani dalla Turchia in cambio del ritiro di quelli russi da Cuba. «Una bugia nobile, la definisce Mearsheimer, perché contribuì a sventare un confronto estremamente rischioso tra due potenze dotate di ordigni nucleari».

Poi ci sono le bugie che servono a costruire i miti nazionali. Nei libri di testo francesi si esalta il passato coloniale, in quelli della Russia di Putin si sorvola sui crimini staliniani per enfatizzare la vittoria in guerra dell’armata rossa, così come i testi scolastici italiani per molto tempo propinavano ai ragazzi versioni edulcorate o lacunose del fascismo, dell’8 settembre e della guerra civile. E infine quelle che Mearsheimer chiama «bugie liberali», quando un leader cerca di indorare la pillola di comportamenti e scelte palesemente in contrasto con gli ideali del paese. Pensate a Churchill e Roosevelt costretti a contrabbandare il santino di uno Stalin “buono”, in quanto alleato indispensabile contro la Germania hitleriana. Cos’avrebbero potuto fare di diverso? Smascherarlo, denunciare le purghe e i gulag a rischio di perdere il suo appoggio? Per il politologo americano, dunque, non sempre la bugia è eticamente condannabile. Un capo di stato o di governo ha spesso ottime ragioni strategiche per mentire, e certe menzogne, omissioni o mezze verità sono considerate «intelligenti, necessarie e forse perfino virtuose». Specialmente in politica estera.

Peccato che a essere presi per i fondelli siano più facilmente i cittadini che i governi alleati o nemici. Su un altro piano, anche il filosofo inglese Ian Leslie, in Born Liars.Why we can’t live without deceit (Quercus) propugna il diritto di mentire. Il mondo, ci ricorda, non potrebbe funzionare senza un certo tasso di frottole e di ipocrisia. La definizione agostiniana di bugia come «affermazione falsa fatta con l’intento di ingannare» è troppo restrittiva per essere applicabile a tutte le forme di manipolazione della verità a cui siamo esposti nella vita di ogni giorno. Quando un agente immobiliare ci vuole vendere una villa, magnificherà l’ampiezza del giardino o la comodità di accesso al supermercato, e tacerà sulla vicinanza della tangenziale.

La differenza tra mentire e millantare (o infiorettare la realtà) è stata riassunta efficacemente dal golfista Tiger Woods, noto bugiardo e traditore seriale (chiedete alle sue mogli): «Ho imparato che puoi sempre dire la verità, ma non sei tenuto a dirla tutta». Già Machiavelli raccomandava al Principe di mentire per conservare il potere. Ma è un’arma a doppio taglio, almeno in democrazia, perché se tutti vedono nel politico un mentitore professionale, nessuno più gli crede. A meno che disponga di mezzi di persuasione così potenti da renderlo comunque affidabile agli occhi dei fan.

Le martellanti bugie del premier sul numero dei suoi processi, sull’età delle occasionali amanti o sulle loro parentele con Mubarak, amplificate dall’omertà e dal servilismo dei tg Rai e Mediaset, si traducono in un colossale furto di verità a danno dei cittadini elettori, che vengono privati della conoscenza necessaria per decidere, come ben spiega Franca D’Agostini nel libro che anticipiamo in questa pagina. E seminano sfiducia nelle istituzioni. Talvolta, in politica come in amore, ci sono cose più importanti della verità. Chi sta al potere, però, tende a vederne più del necessario. Lo dimostrano le reazioni ai dossier di Wikileaks, o la vaghezza dei portavoce Nato nei briefing sui bombardamenti in Libia. O le fandonie che hanno ammannito ai giapponesi i governanti di Tokyo e i manager della centrale di Fukushima: camuffare la verità, in un caso come quello, non serve a evitare un male peggiore, ma a salvare stipendi e posti di comando, invece che vite umane.