Per finanziare nuove missioni all’estero non ci sono fondi, a meno che non si aumentino di due centesimi le accise sul carburante. Giulio Tremonti ha fermato Silvio Berlusconi. Anche per questo il Consiglio dei Ministri previsto per venerdì è slittato alla settimana prossima. Così stamani, durante la riunione del pre-consiglio, non è stata formalizzata nessuna data di convocazione. Sul tavolo c’è la questione Libia. E lo scontro tra il premier, favorevole ai bombardamenti, e Umberto Bossi, fermamente contrario a un ulteriore coinvolgimento del Paese, si è spostato così nell’esecutivo. Sullo scacchiere politico il carroccio ha deciso di muovere Tremonti. Ma anche Maroni a fine pomeriggio è intervenuto chiedendo il voto in aula.

Mostrando così con ulteriore evidenza la contrapposizione con il Pdl. Il ministro del Tesoro, infatti, è stato oggetto di un pesante attacco da parte del quotidiano di casa Berlusconi settimana scorsa, accusato dal ministro Galan di bloccare ogni iniziativa del governo per mancanza di fondi. La mossa di Tremonti di stamani è dunque una sfida aperta al premier. Bossi da giorni ormai mostra insofferenza nei confronti dell’alleato. Il Senatùr ha disertato i comizi milanesi del Cavaliere a favore di Letizia Moratti perché infastidito dai ripetitivi attacchi alla magistratura. “Meglio evitare, se vuole dire quelle cose le dica quando non ci sono io”, ha confidato ai suoi. Passi pure il rimpasto promesso ai Responsabili e annunciato dal premier e ora slittato a settimana prossima. Ma sulla questione Libia, Bossi si è infuriato. Soprattutto perché non ne sapeva nulla: il Cavaliere alleato non condivide più le decisioni, annuncia impegni difficili da mantenere e sta facendo una campagna elettorale a esclusivo interesse del Pdl. Con dei risultati apparentemente positivi: un sondaggio rivela che il partito di Berlusconi ha guadagnato 4 punti percentuali in una settimana grazie al caso Lassini. A Milano. Proprio dove la Lega puntava a raggiungere il 10-12%. “Ora basta”, ha sbottato. E così al “siamo diventati una colonia francese” tuonato ieri si è aggiunto oggi lo stop a ogni annuncio: “Non ci sono fondi”, messaggio fatto trasmettere da Tremonti.

Contemporaneamente però Bossi porta avanti anche la mediazione, evitando quindi lo scontro. E usa “l’ambasciatore” Roberto Calderoli che atterra a Roma insieme a Berlusconi, dopo la trasferta ad Alba per i funerali di Ferrero. E di Tremonti, fra l’altro, i due hanno parlato. Così arriva il segnale di distensione del Carroccio, affidato a Marco Reguzzoni: “Noi siamo con il governo, ma  la Lega è e rimane contraria alla guerra in Libia”, ha dovuto ribadire il capogruppo alla Camera dopo un balletto di dichiarazioni che apparivano come un allineamento al governo. Tanto da mostrare il fianco all’opposizione, con il Pd che ha definito il Carroccio “a braghe calate”. Per chiarire che la posizione della Lega non è cambiata, è dovuto intervenire Roberto Maroni a metà pomeriggio. “La linea sulla Libia è e rimane quella dettata da Umberto Bossi, il resto sono variazioni sul tema” ma la partecipazione italiani ai raid è una “decisione sbagliata” adottata da Palazzo Chigi. “Non si può chiedere alla Lega di dire sempre sì”, ha aggiunto Maroni, “noi non siamo lì a schiacciare il pulsantino, siamo partner di Governo”. Non solo, ma Maroni chiede anche il voto in aula: “Mi sembra inevitabile che ci sia un passaggio parlamentare su una cosa così rilevante”. Che suona come una minaccia al premier sulla eventuale tenuta della maggioranza. Se qualcuno ha dei dubbi, basta leggere la Padania.

Emblematico l’editoriale di stamani de La Padania in cui Bossi è descritto come “d’umore assai più nero del consueto”. I padani intuiscono i “chiarissimi segnali di guerra. Bersaglio del malumore (termine assai soft) del leader del Carroccio sono le scelte non concordate, benché meno condivise del premier Silvio Berlusconi. Le missioni di cui Bossi non sapeva. E la questione “francese”. Il quotidiano di via Bellerio elenca il lungo “cahier de doleances che i vertici leghisti recapitano a Palazzo Chigi”. Questo “tocca tutti i dossier che hanno visto contrapposti, in questi mesi, gli interessi italiani e quelli francesi – si spiega – l’accusa, circostanziata e netta, nei confronti del Cavaliere è quella di non aver difeso minimamente le nostre posizione, di essersi fatto travolgere dalla prepotenza d’Oltralpe, ottenendo in cambio solo l’ok per Mario Draghi alla Bce. E’ un contentino inaccettabile”. Inoltre, si critica la “progressiva perdita delle eccellenze nazionali a favore di Parigi”, citando i casi di Parmalat ed Edison (“che è di Milano”, ha sentenziato Bossi). Ma ciò che ha fatto infuriare il senatur, “la goccia più pesante delle altre”, è stato l’annuncio della partecipazione italiana ai raid in Libia. “Vicende che dividono nel merito, e con tutta evidenza, le posizioni leghiste da quelle berlusconiane – spiega Passera – ma che richiamano a loro volta anche gravi questioni di metodo, per almeno due aspetti: primo le scelte del premier non sono state ne’ annunciate ne’ discusse e, tantomeno, vi è stato su di esse il semaforo verde del Carroccio, che è alleato fedele e responsabile, non certo cieco e sordo passacarte di qualsiasi stravaganza; secondo: tali scelte travolgono l’ottimismo in senso contrario di alcuni tra i migliori ministri di questo esecutivo, come Giulio Tremonti e Roberto Maroni.

“Insomma, – concldue La Padania – un vero disastro che in Via Bellerio è stato percepito come tale, in tutta la sua evidente gravita’ politica. L’articolo si conclude con la descrizione di Bossi impegnato in una doppia telefonata all’ora dei tg della sera: da una parte “intento a raccontare la propria posizione a Napolitano; dall’altra, con il direttore del quotidiano, Leonardo Boriani che “spiegava il senso dell’irritazione bossiana allo stesso ministro dell’Economia, Tremonti”. E sempre su La Padania, oggi, è apparsa una tabella sui costi delle missioni estere. Con la precisazione: “La missione in Libia non ha ancora un suo capitolo nel bilancio pubblico”.