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Berlusconi e il lutto isterico di un Paese

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E sempre accendo la televisione in camera da letto, alzandomi, al mattino. La7 o Rai 3.  Poi, in bagno, la radio, Radio 24. Non so perché lo faccio. Forse perché il mondo irrompa e diradi i fantasmi del sogno.

Irrompe, infatti, il mondo. Questa mattina, un gustoso servizio di Agorà mostrava, a Milano, una anziana signora con la boccuccia rattrappita dall’odio, ma accuratamente rifinita col rossetto, mentre cantava, con generosa protervia, l’inno nazional-demenziale Meno male che Silvio c’è. Un a-solo potente e grottesco. C’era, poi, Silvio, subito prima di ottemperare , eroicamente, all’obbligo di sottoporsi a  giudizio. Era fra le sue comparse preferite. Uno dei giardinieri di Arcore, un ragazzo con lo sguardo malinconico, il cappellino azzurro, la bandierina. I suoi vicini, i suoi famigli. I suoi impiegati. Ho pensato: che bizzarro presepe. Sullo sfondo, il Palazzo di Giustizia.

In studio,  a commentare, il consueto carrozzone, il teatrino della par condicio. Uno che delira pro, uno che prova a farlo ragionare, contro. Un’atmosfera psichiatrica, da pronto soccorso: codice rosso, massima urgenza.  La tentazione era di staccare tutto. L’audio, la spina. Le giustificazioni del vecchio, estentuato B. : le ho dato dei soldi non perché era una prostituta, ma perché non lo diventasse.

Tutte le ragazze, si sa, ci hanno quella tentazione. Le copri di euro e loro ritornano sulla retta via. Si impegnano, si truccano, si massaggiano. Depilano. Se stesse, le altre. E non è che una sia al riparo soltanto per il fatto che è la nipote di una capo di stato egiziano, pur essendo marocchina. Sono carine, sono giovani. Hanno uno zio, hanno un  cognato, lo zio non risulta, il cognato sì ma non conta… E’ tutto surreale.

Quest’uomo, questo tarchiato settantenne dalla facondia fiabesca, ci ha trascinati sul crinale periclitante del nonsense. Risultato: non riusciamo a non ridere. E’ un lutto ben strano. Mi sento come una che segue il feretro, al funerale del suo Paese. E si sente triste. E vorrebbe piangere. O almeno mantenere il contegno che si addice al dolore. E invece, istericamente, continua a ridere. A ridere.

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