vignetta di arnaldDonne, precarie, manifestanti, madri, single, studentesse, lesbiche, attrici, giornaliste, puttane, ricercatrici, operaie, cassintegrate, sottopagate.

Un universo femminile vario che ieri ha espresso con mille differenze la volontà di farsi sentire. Al “se non ora quando” rispondiamo sempre, adesso, domani, ieri. La condizione femminile non deve andare alla ribalta perché oggi si scopre che ci sono le escort, che fra l’altro non ci sogneremmo mai di condannare. Prima si inventano le veline, il Grande fratello, la bocca siliconata… e in contemporanea (oh, toh), la precarietà, la legge Treu, il collegato lavoro, i salari da fame, la fine dei diritti. E’ così che funziona la produzione di valore nel presente. Ditelo, fatelo sapere anche alla sinistra di questo Paese e alle sue donne che ora si turbano e si indignano per il bunga bunga.

Una delle tante parole d’ordine ieri, urlate da donne e uomini, era “dignità“. Nell’attuale contesto sociale, chiedere dignità a se stante serve poco, soprattutto se tale richiesta non è anche accompagnata da concrete misure che consentono di viverla davvero. La precarietà non permette di vivere con dignità. Quando si è sotto ricatto, quando l’incertezza e l’impotenza sul proprio futuro sono tali da far sì che ci si trovi materialmente e culturalmente alla mercè di chi gestisce, in varia misura, la scala del potere economico e sociale, la semplice richiesta di dignità è solo una foglia di fico.

La precarietà è donna, lo abbiamo sempre detto. Non che non ci siano precari maschi, ma è un dato oggettivo che la donna viva una condizione lavorativa svantaggiata. Dal colloquio nel quale si chiede se si ha intenzione di fare figli (o se li si ha, o se si è sposata o fidanzata…), alla retribuzione inferiore a parità di mansione, fino alla gioia che pare essere tutta femminile di avere un lavoro part time (sei donna? lavora part time così puoi fare la regina della casa, hai più tempo), senza contare lo sguardo ammiccante del collega, del capo o di chi per esso.

San Precario ieri era in piazza in mezzo alle precarie e ai precari. A un certo punto si è spostato verso il Duomo a Milano. Si è avvicinato a una delle zone più fashion, precarie, sfruttate e piene di paillettes del salotto buono della metropoli lombarda. I templi del commercio che spesso il Santo ha attaccato per difendere lavoratori e lavoratrici delle grandi catene. E pensiamo a Zara, alla Feltrinelli, alla Wind, giusto per andare un po’ indietro nella memoria. Ci mescoliamo e affianchiamo a chi è in presidio, in corteo, nel luogo di lavoro, dappertutto. Ieri erano le donne, oggi lo saranno ancora. Siamo donne, lavoratrici e precarie, che urlano di rabbia protagonismo, dignità, dimissioni, diritti, welfare, sciopero, futuro.

Ieri più di un milione di persone sono scese in piazza in tutt’Italia. In un Paese “normale”, si sarebbe messo in moto un meccanismo di azione da parte dell’opposizione (politica e sindacale) di lasciar perdere il tatticismo paraculo e organizzare subito una nuova grande chiamata alla mobilitazione. Basta con la pantomina “chiedo le dimissioni” “se tu le fai, poi ci mettiamo d’accordo” e amenità del genere. La Cgil dovrebbe subito indire uno sciopero generale (la Camusso ha anche parlato a piazza del Popolo), il Pd dovrebbe iniziare forme di ostruzionismo non parlamentare, ma nelle commissioni (il parlamento è già esautorato), ecc.. Tutto questo non avverrà. L’indignazione verrà incanalata nel rafforzare il secondo blocco di potere, quello pseudo riformista e di compatibilità economica, avvezzo ad andare sotto i tribunali per far felice Repubblica e l’Espresso.

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