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Dobbiamo ringraziare Maurizio Belpietro. Sì, perché venerdì scorso a L’Ultima parola in un colpo solo ci ha impartito due grandi lezioni: sul perché è importante scendere in piazza oggi e su cosa significhi in concreto la macchina del fango. Due lezioni che provengono da un grande professionista della delegittimazione dell’avversario, che usa tutti gli strumenti più squallidi sul mercato per non dover rispondere agli imbarazzanti turbamenti che il sistema Berlusconi pone a chi lo deve difendere in tutto e per tutto, soprattutto se giornalista.

E infatti Belpietro si è sentito tirare in ballo quando in trasmissione ho denunciato la prostituzione nel giornalismo, e anziché rispondere sul merito del problema, ha preferito scegliere la via più breve: levarmi dal resto degli ospiti, accomunarmi a una velina e quindi giusta per un’altra sede, non di certo quella di un confronto politico.


Perché con una donna è facilissmo: basta utilizzare stereotipi sessuali per metterla un gradino sotto, sbatterla su un piano lontano anni luce da quello su cui hanno diritto di confrontarsi gli altri. E così le donne vanno giudicate per tutto fuorché per il merito: se belle o brutte (indimenticabile Berlusconi con la Bindi), se disponibili o no, e così via. Che vuoi saperne tu, che sei lì chissà per quale motivo, chissà per cos’hai fatto?

Una tecnica ormai ben oleata che permette di sviare le questioni più spinose e nello stesso tempo di gettare fango sulla persona che ha osato sollevarle: nessuno può permettersi di parlare, di esprimere un’opinione o di formulare un giudizio, perché tutti siamo sporchi allo stesso modo, tutti siamo immersi nella stessa melma, e nessuno può alzare la testa per cercare il cambiamento.

Caro Belpietro, i vostri giochi cominciano a perdere i pezzi, e mentre noi oggi saremo compatti in piazza per ottenere il cambiamento del sistema che parta dalle donne, voi sarete lì, sempre di meno e sempre più avvelenati, a difendere un castello di sabbia che sta per essere inghiottito inesorabilmente dalle onde.

Il Fatto Quotidiano, 13 febbraio 2011