Fatta la legge, trovato l’inganno, recita l’adagio. Questa volta non di inganno si tratta, ma gli utenti Vodafone che ieri hanno trovato un blocco alle loro chiamate Voip, si sono riversati in massa sul web parlando di “vergogna”, “presa in giro” e minacciando di cambiare in massa operatore.

Cos’è successo? Partiamo da un esempio. Molti di noi hanno un abbonamento casalingo ad Internet. Le offerte e le qualità sono di ogni tipo, ma per tutti vale il principio che, una volta sottoscritto l’abbonamento, ognuno può usare come vuole la propria connessione senza ingerenze del gestore (si può chiamare con Skype, scaricare file, ecc.). Stesso principio dovrebbe valere per i telefonini che si connettono alla rete 3G: si paga, e poi l’utente decide come utilizzare quella connessione . Da ieri per Vodafone non è più così.

I clienti dell’operatore che hanno sottoscritto le tariffe più economiche, non possono più utilizzare software come Skype e Viber (che permettono di chiamarsi gratis via Internet ) a meno che non accettino di pagare ulteriori otto euro a settimana oltre i dieci euro mensili previsti per il traffico dati. Se anche Skype ha esposto i suoi dubbi, da Vodafone assicurano che queste disposizioni erano già previste nei contratti (ma sempre online molti denunciano poca trasparenza al riguardo): il blocco sarebbe partito ieri appena ultimate le modifiche tecniche alla rete.

È chiaro che questa novità viola la net-neutrality, il principio secondo il quale chi fornisce connessioni non può imporre restrizioni arbitrarie sui dispositivi e sul modo in cui essi operano. Questo principio è tutelato negli Usa: negli States non è possibile il blocco dei servizi Voip da parte dei gestori. Da noi le disposizioni che arrivano dall’Europa sono più blande: toccherà al Parlamento italiano ratificare a breve la direttiva“Telecom” e dare indicazioni a riguardo. Se si volessero garantire gli utenti, di certo anche nel nostro Paese andrebbe affermata la net-neutrality.