Cos’è cambiato da allora? Allora la mafia comandava a Catania, ora in tutta Italia. Ha i suoi sottosegretari, i suoi governatori, i suoi opinion maker riconosciuti. Questo per limitarci a quelli ufficialmente riconosciuti, se no dovremmo aggiungere “i suoi ministri e i suoi presidenti”. E i suoi imprenditori, naturalmente, che non è una novità.

La cosa più importante, tuttavia, non è che la mafia è forte, è che viene imitata. Il suo modello, cioè, più o meno consciamente è diventato il modello vincente di quasi tutta la politica e di buona parte dell’impresa. Non più solo a Catania, ma anzi soprattutto a Roma e Milano.

Queste ultime, nei confronti di Catania, sono quel che Catania era una volta nei confronti di Palermo: il posto dove la mafia “non esiste”, il posto dove “non ammazzano nessuno”, il posto dove “non facciamo l’esame del sangue agli imprenditori” e dove il boss Santapaola giocava a bridge nei migliori circoli della città. Una mafia moderna, insomma, digeribile e perbene. I catanesi credevano di essere ancora a Catania e invece erano già a Corleone, a Medellin, nel terzo Mondo.

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E noi, dove siamo adesso? Qualche esempio veloce, per capirci in fretta. Buona parte degli affari per l’Expo di Milano (il business del decennio), e comunque quasi tutto il movimento terra, ruotano attorno a capitali calabresi. L’altro giorno a Vibo Valentia un tale, che aveva ruggini con una famiglia vicina, l’ha sterminata freddamente – otto morti – in un vero e proprio scontro fra clan tribali. L’esercito italiano, tuttavia, non pattuglia Vibo Valentia (o Rosarno) ma Kabul.

Cacciata (grazie ai Siciliani) da Catania la Famiglia Rendo, quella di cui parlavano Fava e dalla Chiesa, si è riciclata in America e in Est Europa. Negli Stati Uniti una società da lei acquisita del ’96, la Invision, ha ottenuto anni fa l’appalto della security dei venti principali aeroporti nazionali. In Ungheria, la Famiglia ha acquisito diversi quotidiani a Budapest, ristrutturandoli a modo suo. In quel Paese, due settimane fa, hanno approvato una legislazione sui media estremamente repressiva.

Nel Sinai, a poche ore di volo da qui, alcune centinaia di emigranti sono stati catturati da una banda di beduini, che li ha tenuti in ostaggio per settimane, violentando  donne, uccidendo uomini e rivendendone gli organi a cliniche clandestine. Tutto ciò nell’indifferenza del governo locale e della comunità internazionale, che proprio in questo caso, quando avrebbe fatto benissimo a mandar truppe, non è intervenuta.

Alcuni degli emigranti, dopo, sono stati arrestati dalla polizia egiziana per immigrazione clandestina. I governi egiziano e, libico, infatti, sono lautamente finanziati dai peggiori governi europei – fra cui il nostro – per stroncare  l’emigrazione in Europa con qualunque mezzo, compresi terrorismo e tortura.

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“Accordo storico e positivo” ha detto Berlusconi del minestra-finestra di Marchionne. Ci mancherebbe altro. Per non lasciare equivoci, subito dopo ha detto che ce l’ha con i “magistrati eversivi” e con gli studenti (escluse, probabilmente, le veline).

Stupisce che di fronte a un nemico così determinato  (un sindacalista ha ricordato che l’ultimo episodio del genere risale al 1925, quando Mussolini abolì nelle fabbri­che le commissioni interne, a manganellate) la si­nistra sia così farfugliante e incerta, com­preso il buon Bersani, che pure ultimamente aveva fatto sperare bene.

Qualcuno, come Fassino (che a suo tempo elogiò Craxi e lo mise anzi fra i padri fondatori) si schiera direttamente con Marchionne: ”Fossi un operaio voterei per lui”. “Prova a fare l’operaio per davvero”.

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Se tutto ciò porterà, come ci sembra logico, a uno sciopero generale, a noi piacerebbe moltissimo che fosse anche uno sciopero generale antimafia. Uno sciopero del genere, in realtà, di fatto non potrebbe che essere antimafia, visto chi sono buona parte dei peggiori imprenditori: ma sarebbe bene che lo fosse anche esplicitamente.

Lo sciopero antimafia sarebbe non un momento, ma il momento decisivo dello scontro italiano, e bene fa la segretaria della Cgil (a proposito, avete notato che l’unica donna importante, nella politica italiana, sta proprio alla Cgil?) a non volerlo scagliare senza una perfetta preparazione.

Lo scontro, e questo è sempre più chiaro, molto più che politico è sociale. Difficilmente sarà deciso dalla “politica” (con questo termine in Italia si indica un ceto di circa duecentomila persone, che si chiamava la noblesse in Francia nel 1788). Eppure di una politica c’è bisogno, e non improvvisata né casuale.

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“… L’incarico di formare un governo ad un uomo al di fuori dei partiti, con una forte caratura economica e/o costituzionale. Personaggi adeguati da un tale incarico ce ne sono in abbondanza, a cominciare dal governatore della Banca d’Italia… (…). Per salvare la continuità politica, il Capo dello Stato avrebbe potuto perfino affidare l’incarico ad un eminente della maggioranza berlusconiana, del tipo di Gianni Letta, di Pisanu, di Tremonti...”.

L’idea di una soluzione di “salute pubblica” ormai come vedete si affaccia – questo era Scalfari – anche nella classe dirigente: che però pensa a banchieri o a notabili illustri, magari ex (o moderatamente) berlusconiani. Congelare tutto, e poi si vedrà.

Ma la crisi è tanto urgente e tragica, soprattutto per la presenza dei poteri mafiosi, che prendere tempo non servirebbe a niente, e men che mai affidarsi (ancora) a banchieri e imprenditori.

Se “salute pubblica” dev’essere, lo sia davvero, non dando il potere ai notabili ma ai resistenti con le carte in regola, sul precedente del Cln. Governo di Resistenza, unitario ma ostile ai padronati, e con alla testa non un imprenditore o un banchiere  ma un uomo dell’antimafia, un servitore di Stato.