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Archivio cartaceo | di Marco Lillo | 18 dicembre 2010

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Why Not, prima vittoria per De Magistris

A processo i magistrati che gli hanno strappato le indagini

Ci sarà un processo pubblico finalmente. I magistrati che nel 2007 hanno scippato le indagini all’allora pm Luigi De Magistris dovranno rendere conto delle loro azioni in un’aula di tribunale. Il giudice di Salerno ha infatti rinviato a giudizio i vecchi capi di De Magistris che, usando i loro poteri di coordinamento, hanno avocato e revocato le deleghe sui fascicoli Why not e Poseidone all’attuale europarlamentare dell’Italia dei Valori.

Ci sono voluti quasi quattro anni, ma per quelle vicende che hanno diviso l’Italia, il 2 febbraio del 2011 finiranno alla sbarra l’ex procuratore capo di Catanzaro Mariano Lombardi e altre sette persone rinviate a giudizio dal gup Vincenzo Pellegrino per quella sottrazione illegale di fascicoli. I Pm di Salerno hanno visto accolta la loro tesi: dietro i provvedimenti anti-De Magistris dei vertici degli uffici giudiziari calabresi si celavano interessi privati e una serie di vincoli economici e familistici con i politici indagati. Tra i reati contestati a vario titolo agli 8 imputati spiccano la corruzione in atti giudiziari, punita con la reclusione fino a otto anni, la corruzione e la falsità ideologica.

Una grande soddisfazione per Luigi De Magistris, che aveva avviato l’indagine salernitana con una denuncia e con un fiume di verbali. Ma anche una rivincita postuma per i pm di Salerno sospesi e trasferiti dal Consiglio Superiore della Magistratura proprio per questa inchiesta. A partire dalla pm Gabriella Nuzzi trasferita da ufficio e funzioni e costretta a fare il giudice a Latina. Anche l’altro sostituto, Dionigio Verasani, era stato trasferito d’ufficio e funzioni mentre il procuratore capo Luigi Apicella fu addirittura sospeso dalle funzioni e dallo stipendio.

La campagna di stampa contro i pm di Salerno fu durissima. Quando la Procura di Catanzaro risequestrò le sue carte appena sequestrate dai colleghi per impedire la loro inchiesta, tutti i giornali (con l’eccezione dell’Espresso) descrissero questo atto mai visto prima come ‘guerra tra Procure’. Anche il Csm approvò questo schema affibbiando pene severe a tutti e due gli uffici, ma punendo più severamente la Procura di Salerno. Per i quattro magistrati catanzaresi indagati per favoreggiamento e omissione in atti d’ufficio per avere omesso di inviare a Salerno gli atti, è stata chiesta l’archiviazione delle accuse. Ma certamente il decreto del Gip Pellegrino, con il rinvio a giudizio di chi fermò le inchieste di De Magistris, è un punto a favore dell’ex pm.

I sostituti Maria Chiara Minerva, Rocco Alfano e Antonio Cantarella, coordinati dal nuovo capo dell’ufficio, Franco Roberti hanno confermato, nel suo nucleo almeno, le accuse contenute nel famigerato decreto di perquisizione firmato dai tre pm rimossi. Sono ora ben otto i magistrati di Salerno (sette pm e un gip) che, dopo avere speso anni a studiare le carte e le denunce dell’attuale europarlamentare, hanno ritenuto fondate le sue accuse agli ex colleghi. Dietro lo stop alle inchieste che puntavano a far luce sullo sperpero dei fondi dell’emergenza ambientale calabrese e sul sistema clientelare delle assunzioni nelle società finanziate dalla Regione, c’erano gli interessi familiari e personali dei magistrati legati ai politici indagati. Oltre al Procuratore Mariano Lombardi, alla sbarra sono finiti sua moglie, Maria Grazia Muzzi; il figlio di lei, l’avvocato Pierpaolo Greco; il procuratore aggiunto Salvatore Murone, trasferito a ottobre da Catanzaro a Roma dal Csm (provvedimento poi sospeso su richiesta del vicepresidente del Csm, l’Udc Michele Vietti); l’imprenditore della compagnia delle opere protagonista del sistema clientelare messo nel mirino da De Magistris e poi condannato nel processo Why Not a una pena lieve, Antonio Saladino; l’allora coordinatore di Forza Italia calabrese, Giancarlo Pittelli; l’allora sottosegretario Udc, Giuseppe Galati (entrambi ora parlamentari del Pdl); e poi Dolcino Favi, ex procuratore generale facente funzioni della Corte d’Appello di Catanzaro di recente andato in pensione.

Il Gip ha accolto l’impostazione dell’accusa che ha valorizzato in particolare i rapporti tra Pierpaolo Greco (figlio della moglie del procuratore capo Mariano Lombardi) e i politici indagati. Greco era socio con Pittelli in una società di servizi legali, finanziari e immobiliari, la Roma 9 Srl, che aveva comprato un immobile di prestigio a Catanzaro. Secondo l’accusa, Greco aveva versato meno dei soci e poi aveva ottenuto anche incarichi dal ministero delle Attività produttive grazie ai decreti firmati dall’allora sottosegretario Giuseppe Galati. Entrambi i parlamentari erano indagati da Luigi De Magistris.

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