E’ davvero girato il mondo se un politico del Sud sale a Milano e come primo problema della città cita la ’ndrangheta. Nichi Vendola, leader di Sinistra ecologia e libertà, viene a sostenere Giuliano Pisapia in corsa nelle primarie per la scelta del candidato sindaco del centrosinistra. Il presidente della Regione Puglia si conferma un leader carismatico capace di scaldare cuori troppe volte delusi e traditi: al Teatro Dal Verme, di fronte al Castello Sforzesco, riescono a entrare circa duemila persone, ma altrettante, se non di più, sono costrette a rimanere fuori.

Un Left Pride che Vendola scalda con due ricordi. Il primo da bambino di dieci anni, quando i suoi cugini lo portarono per la prima volta a vedere il Duomo e le gigantesche pubblicità luminose della piazza. Il secondo da vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, verso la fine degli anni Novanta, stupefatto questa volta “dall’indifferenza, dalla rimozione del problema da parte dei governanti di destra”, mentre la ‘ndrangheta si accaparrava le licenze commerciali in centro e certi “politici milanesi e lombardi sfilavano alle cerimonie religiose di Platì, di San Luca, di Gioiosa Ionica”.

Forse anche in questo Milano è stata, per la politica nazionale un “laboratorio”. Un laboratorio di “affaristi, immobiliaristi, ‘ndranghetisti”, per dirla con le parole del non moderato moderatore Gad Lerner, ma anche un possibile punto di partenza per “congedarsi dal berlusconismo”. Così la serata al Dal Verme diventa una tappa delle prove tecniche di rottamazione in corso nel centrodestra, con la convention di Futuro e libertà a Perugia, e nel centrosinistra, con il raduno dei giovani ribelli del Pd a Firenze.

Però, avverte Vendola, il superamento del berlusconismo è “un passaggio d’epoca che non si può affrontare con le ricette del passato. La contrapposizione tra riformisti e radicali è fine a se stessa, io vengo dalla sinistra radicale e voglio fare la sinistra punto e basta, allargata e popolare”. Il problema non è parlare con Pierferdinando Casini, “ma con il ceto medio che rappresenta”, intimorito anch’esso “dalla precarietà che è il paradigma della cultura della destra”. Allargare il consenso, ma con juicio, sembra dire il leader di Sel: “Non ci venga in mente di reclutare Fini nel centrosinistra, perché sarebbe segno di una coazione al naufragio”.

Ci si può provare a battere Berlusconi, a Milano e a Roma, ma lo sforzo richiesto è enorme. Perché se il Pdl “è in caduta libera” tra scandali e grottesche vicende che coinvolgono il suo leader, il centrosinistra non sta affatto meglio e va “ricostruito”. Per ripartire, chiarisce Vendola, è necessario comprendere che in questi anni la sconfitta del centrosinistra “non è stata elettorale, ma politica e culturale”. E guadagna un’ovazione quando dice che il partito ex operaio e intellettuale “ha perso ogni contatto con il mondo del lavoro e del sapere”.

Lontano mille miglia dalle rappresentazioni che vanno in scena a Porta a porta e negli altri talk show, davanti al suo pubblico Vendola può permettersi di volare alto: “Abbiamo perso anche sul fronte onirico. Da giovane avevo il sogno di Mandela libero e l’incubo del fungo di Hiroshima. Oggi il sogno diffuso è quello di Ruby, lo dico con tenerezza e dolore. E l’incubo è quello di trovarsi sul pianerottolo un rom che ti stupra la figlia, evento statisticamente assai improbabile”.

Ecco allora che tutto si tiene, Milano, la Puglia, la politica nazionale. Il governatore una certa esperienza ce l’ha, visto che strappato al nemico una regione difficile e per farlo ha dovuto “sconfiggere prima il centrosinistra e poi il centrodestra”. Se è andata bene lì, “perché non dovremmo riuscirci anche a Milano?”.

Pisapia lo segue, i sondaggi lo danno per favorito insieme al candidato “ufficiale” del Pd, l’architetto Stefano Boeri. Alle primarie del 14 novembre (aperte a chi ha compiuto 16 anni e agli immigrati stranieri) si profila un testa a testa. Il giurista proveniente da Rifondazione comunista sa che deve guardare oltre, parla già della sua sfida contro la Moratti e si promette vincente, teme che il popolo della sinistra si rifugi nel cosiddetto voto utile per paura che un candidato troppo “rosso” non riesca a passare in una città governata da vent’anni dalla destra.

Per il “congedo dal berlusconismo”, la sua ricetta locale contiene qualche suggestione nazionale: “A Milano il centrodestra è diviso e il centro è più vicino ai nostri valori. Sappiamo bene che non potremo mai trovarci d’accordo sulla bioetica e altri temi sensibili, ma il governo della città è un’altra cosa. Sui bisogni, sui servizi, sui principi costituzionali credo che al ballottaggio molti voti di quell’area potranno essere nostri. E così vinceremo”.

Resta un problema, e a buttarlo lì come una battuta, ma non troppo, è Gad Lerner. Una città che per tutta la serata è stata dipinta come incattivita, inospitale, impaurita, una “comunità di rancore”, potrà mai far vincere Pisapia, Vendola e i loro sogni eretici?

Di Mario Portanova