In un’Italia sempre più alla deriva, caratterizzata da scandali sotto il sole, che naviga verso il tramonto con tagli indiscriminati a partire dalla cultura e che, più in generale, contraddistinta da un disprezzo per tutto ciò che è espressione, è confortante sapere che ci sia un nutrito gruppo di artisti che nonostante tutto resistono, che credono fervidamente e che sperano ancora in un futuro migliore.

Questo spazio oggi è dedicato ad Areamag, alias Gabriele Ortenzi, un giovane cantautore dalle belle speranze che meriterebbe senz’altro tutt’altra gloria se vi fosse un sistema che premi il talento. Provate ad ascoltare il suo album d’esordio autoprodotto e ancora senza una casa discografica alle spalle: capirete quanto i gruppi e musicisti italiani non vengano percepiti come degni di esser presi sul serio o di essere valorizzati.

Il suo album d’esordio è un piccolo capolavoro, 14 canzoni che sono l’esatta descrizione della società in cui sopravviviamo: nei testi c’è una vena di denuncia che convive con un’ironia a volte amara, addirittura apocalittica (“Si salvi chi può” dà anche il titolo all’album), ma le musiche fanno da contraltare creando un gioco di contrasti che rende l’intero album godibilissimo.
Ci siamo incontrati durante un concerto. Un personaggio che vale la pena di esser conosciuto.

Areamag, la prima domanda sarà scontata ma la curiosità è tanta visto il personaggio che si presenta con cappello di paglia in testa, maglia a righe stile Freddy Krueger e addirittura una coda che sporge dal didietro. Da cosa deriva il nome?

L’unico significato di questo nome è quello di non significare. Areamag è una sigla che mi sono dato come cantautore, in genere si dice pseudonimo: è un nome rotondo, dà l’idea di un gioco, di qualcosa che può essere rigirato, montato e smontato facilmente, è una parola che suona, ma senza cadenza musicale, come un brano che non ha un finale, è un nome senza riferimenti, come la musica che faccio: scrivo un testo e poi lo vesto, senza cercare di essere un “portatore sano di genere musicale”, ci gioco, lo arrangio e cerco di farlo veicolare alla maniera di Areamag.
Recito il personaggio dell’Omino. Un essere che non ha “superato l’esame” per diventare uomo e che, quindi, ha dei segni della sua precedente condizione di animale, nonostante il tentativo di camuffarli: la coda è uno di questi, ma anche la sua violenza gratuita, quella culturale in particolar modo. L’Omino guarda il mondo solo fino a dove vede.

Sei circondato da ottimi musicisti, il live è stato davvero emozionante. Si respirava una bella atmosfera grazie alla sinergia tra voi.
Come si è formato il gruppo?

Gianluca Alessi (chitarra elaborata) l’ho “pescato” in una facoltà di Filosofia grazie a un annuncio al quale – ero sicuro – avrebbe risposto solo un pazzo o un genio. Con il risultato che con lui ho condiviso molti anni di date e di “palestra” in giro per l’Italia, senza comprendere, ancora oggi, quale appellativo attribuirgli.
Sergio Scherillo (basso e contrabbasso) è arrivato quasi per caso, ma è stata una sorpresa, in tutti i sensi. Ci mancava il batterista, infatti avevamo iniziato a suonare in 3… un giorno mentre guardavo dei concerti su YouTube, mi imbattei in un concerto di un’artista emergente molto brava, pensai che mi sarebbe piaciuto suonare con un batterista come il suo, aveva un suono e un colore originale…
Avendo la prospettiva di suonare in club più grandi, Sergio ci disse che aveva un amico batterista: Claudio Sbrolli. Fortuna volle che era proprio quello del video. Un’ottima coincidenza per iniziare a lavorare insieme in armonia.

Durante il concerto è impossibile non far caso alla tua poliedricità…

Sono autodidatta e ho sempre avuto una certa curiosità riguardo ai suoni e ai rumori, mi viene facile suonare, o meglio, conoscere gli strumenti, da sempre mi vengono in mente testi, immagini e musiche.

Come nascono le tue canzoni e a cosa ti ispiri? Quali sono gli “spiriti” affini?

Scrivo canzoni, almeno in questo disco, che raccontano storie di straordinaria normalità. Sono testi che girano intorno alla dappocaggine di alcuni uomini, al potere preso con la forza e non ricevuto dai consensi, sono canzoni che parlano di cattiveria. Possono nascere da fatti di cronaca o dall’elaborazione emotiva dei fatti stessi.
Ho avuto l’onore e il piacere che questo mio fare, scrivere e suonare sia stato condiviso dai musicisti che suonano con me, non ho mai avuto la sensazione di essere solo sul palco…

“Si salvi chi può” è un disco che definirei maturo nonostante rappresenti il tuo esordio. Quanto rappresenta il tuo momento creativo ed espressivo?

…la condivisione è fondamentale, io scrivo, ma l’interpretazione nei live è affidata a ognuno: come diceva la Gestalt “il tutto è più della somma delle singole parti” e questo “dogma” credo che trapeli nei nostri live.

Quali sono gli artisti che più ascolti e quali album consiglieresti?

Ascolto di tutto, dalla Lirica alla musica concreta, dal pop alla musica tradizionale extraeuropea, mi serve come nutrimento per vestire i miei testi e in generale reputo la musica e il suono una delle componenti del “sangue” culturale. Nello specifico, poi, ci sono alcuni artisti e album cui sono legato anche per questioni affettive: King Crimson, Demetrio Stratos, Frank Zappa, Emerson Lake and Palmer, Debussy, Bach… Album da consigliare? I primi che mi vengono in mente sono “In the court of the crimson king” dei King Crimson, “The dark side of the moon” dei Pink Floyd, “Metrodora” e “Cantare la voce” di Demetrio Stratos (tutti quelli degli Area). Poi “Painted from memory” di Bacharach e Costello. Sarò scontato, ma bisogna averceli!

Come vedi la situazione musicale-culturale nel Belpaese?

La vedo bene; c’è una gran fetta di pubblico che non ha bisogno di essere imbeccato o imboccato dai potenti media. C’è molta gente che la musica se la va a cercare, che esce, che frequenta locali, che usa la Rete, che s’informa… Di conseguenza, credo che ci sia anche più libertà per chi la musica la fa; usando bene la Rete un musicista ha modo di informare molte persone della sua esistenza e la sua celebrità dipende dalla sua qualità.
E’ importante essere trovati, essere una sorpresa, essere scovati, piuttosto che essere imposti da una campagna pubblicitaria martellante. E’ indubbiamente più appagante e più meritocratico, per tutti, forse è un nuovo sistema.
In Italia ci sono molti esempi in tal senso, molti artisti che fanno il pienone di gente ai loro concerti nonostante la completa latitanza da radio e tv: meglio così, significa che c’è vita sul pianeta Italia, nonostante tutto.

PROSSIMA TAPPA IL 20 NOVEMBRE all’ASINO CHE VOLA a ROMA in via Cimarra, 34. Non perdetevelo! E per saperne di più andate sul sito www.areamag.com
A tutti Vive le Rock! e contattatemi all’indirizzo prinaldis@gmail.com per farmi conoscere le vostre opere, la vostra musica.