La mia replica alle parole di Roberta Bontate sui “diritti dei figli di mafia” ha suscitato addirittura l’interesse del legale dei Provenzano. Troppa grazia. Nessun interesse invece da parte della stampa, che ha preferito dare spazio alla figlia del boss ma non alla replica di un familiare delle vittime di mafia. Il giorno dopo le parole della nipote del “Principe di Villagrazia” ho scritto direttamente al direttore de La Stampa e ad Enrico Bellavia, autore dell’articolo su Repubblica. Nessuna risposta, nemmeno un cenno, così, per dire “abbiamo gradito comunque il suo interessamento alla vicenda”. Ovviamente saranno dinamiche prettamente redazionali. Accolgo con piacere la replica dell’avvocato in modo da poter approfondire alcuni aspetti.

La signora che difende Bernardo Provenzano, che dimostra notevole destrezza tra i codici, difetta però nella semplice arte della lettura: la mia lettera non era scritta da parlamentare europeo, ma da figlia di una vittima innocente della mafia, di una vittima di quella mafia rappresentata dal suo assistito, e non chiedeva l’impiccagione per i figli dei mafiosi ma un minimo di rispetto. Non giochi su queste cose, per favore: è il tipico trucchetto di chi vuole caratterizzare politicamente e sminuire una discussione. Vede, signora, fare riferimento alla ‘violenza’ delle mie parole è come darsi la zappa sui piedi. In realtà la cittadina italiana che ha subito violenza sono io e siamo noi, razza detestata degli “orfani piangenti”, e vedo che questo sfugge a lei come agli eredi dei boss. Voglio sperare che le sia solo sfuggito. Io, noi, e non lei o Roberta Bontate, ho subito la violenza dei suoi assistiti e dei loro sodali che hanno assassinato mio padre, come molti altri padri. La storia (e non io) dice che la Sicilia non è abbastanza grande per ospitare gente come i suoi assistiti e gente come le vittime di mafia, e lei sa bene che a pagare sono sempre stati i giusti. Ora basta, mettere i puntini sulle “i” diventa un dovere morale.

Dice di non intervenire come legale di Provenzano ma come cittadina italiana, io invece non posso parlare da cittadina perché sono un politico. Ma che ragionamento è? Se non vuole etichette professionali non provi ad incollarle sulla mia persona. Anche io, sa, sono cittadina italiana, e pure incensurata.

Il giochetto che secondo me non funziona, e mi sorprende che un grande avvocato difensore di un grande imputato, un po’ il grande pennello per una parete grande di una celebre pubblicità, è proprio quello sulle leggi; nel mio articolo su Roberta Bontate infatti non cito alcuna norma, nessun codice. Mai detto che i figli debbano pagare per le colpe dei padri mafiosi, e la sfido a dimostrare il contrario. Quello che pretendo, sì, stavolta lo pretendo, è che non salgano in cattedra a dare lezioni se non prima di aver rinnegato non il padre, attenzione, ma la mafiosità dei padri, degli zii e dei fratelli. Dov’è lo scandalo, l’imbarbarimento, l’accanimento? Mi creda, nessuno più di un familiare di una vittima innocente della mafia può sapere cosa siano l’isolamento e l’etichettamento in una società in costante declino come quella siciliana; il diritto a vivere una vita dignitosa appartiene a me come alla signora Bontate. A dar fastidio è stato il suo orgoglioso salto sul pulpito. Un pulpito che noi, familiari delle vittime innocenti della mafia, non abbiamo mai preteso. Io, avvocato, sono andata a trovare Bernardo Provenzano in carcere, e direttamente da lui ho avuto rassicurazioni: “Sto bene, non mi manca niente”. Se non manca niente a lui che vive in regime di 41bis, si figuri ai suoi figli.

Il mio articolo sul blog de Il Fatto Quotidiano per fortuna non ha attirato solo la sua penna, ma anche quella della razza degli “orfani piangenti”; ecco, testualmente, cosa mi hanno scritto:

Salvatore Borsellino, fratello di Paolo:
“Noi familiari delle vittime di mafia, che ignobile categoria!, veniamo accusati di fare una professione dei nostri dolori. Siamo indotti al silenzio per non essere tacciati di “protagonismo” e “vittimismo”. E a volte ci caschiamo in questo tranello. E ora dovremmo anche tacere di fronte ai parenti dei mafiosi che ci dicono quale è la dritta via, che pretendono senza prima offrirci l’unica cosa che chiediamo: una sconfessione della mafiosità dei loro padri e delle loro madri, niente di più. Pesa tanto questo?”

Monica Iannì, figlia di Carmelo:
“Anch’io come Roberta Bontate ho perso mio padre quando avevo soltanto 11 anni, ma da lei non ho mai preteso nulla. La differenza tra il mio genitore e il suo, però, è sostanziale: mio padre ha combattuto la mafia ed è caduto sul suo altare, il suo è stato la mafia, quella mafia che ha fatto assassinare mio padre e tanti altri padri. Carmelo Iannì, vittima innocente, lo ricordano in pochi. Il boss Bontate, invece, lo ricordano tutti. La figlia Roberta dovrebbe farsi un esame di coscienza, nel rispetto di chi a causa dei suoi familiari si è visto crollare il mondo addosso e non ha avuto indietro nulla. Deve solo rinnegare, ma seriamente, l’operato della sua famiglia, e rinunciare a qualsiasi beneficio tratto da quel tremendo passato. Altrimenti non reciti la parte della donna antimafia, che di fantocci in questo mondo ne abbiamo visti fin troppi”.

Gianluca Manca, fratello di Attilio:
“Noi familiari di Attilio Manca brancoliamo nel buio poichè, pur sapendo che la mafia in accordo con altri poteri occulti ha assassinato mio fratello, non abbiamo diritto a vedere riconosciuto il suo sacrificio, e la signora Bontate, occupando un’intera pagina di giornale, rivendica diritti? Se vuole riscattarsi mostri un po’ di buon senso rinnegando di fatto la mafiosità della sua famiglia”.

Antonella Borsellino, figlia e sorella di Giuseppe e Paolo (imprenditori):
“La storia della signora Bontate è emblematica: si ritrova in una posizione frutto di quanto ereditato dal padre e dalla sua famiglia mafiosa. La nostra famiglia, invece, non solo non ha mai avuto alcun risarcimento, nè dallo Stato nè dai compari del padre e dello zio, ma si è sobbarcata le spese dei processi e dei debiti accumulati dalla nostra azienda a causa dell’ingresso dei soci mafiosi che portarono poi alla morte prima mio fratello e poi mio padre. Se vuole anche solo discutere di questi temi, riparta da zero, come noi.”

Concludo, avvocato, sovvertendo la sua ultima frase: essere figli di vittime della mafia non comporta il diritto di emettere sentenze di condanna nei confronti di soggetti incensurati e senza colpe proprie, ma è un grande onore. E’ l’orgoglio di appartenere ad una Sicilia diversa, la bellezza della libertà e la consapevolezza di aver creduto di essere più forti dell’omertà mafiosa. Esse figli delle vittime innocenti, avvocato non provi ad eliminare questo aggettivo, è un modo di vivere e di agire, è un solco incancellabile, un binario da cui non si deraglia.