Quando mio padre e mia madre furono uccisi avevo undici anni. Ho trascorso la mia vita nel segno della legalità e del rispetto degli altri. Mi sono impegnata nel volontariato, negli studi, nella crescita dei miei bambini. Sono una persona, non solo la figlia di un mafioso. Pretendo che mi si giudichi per quello che sono, non per come mi chiamo”.

Con queste parole Roberta Bontate, trentaduenne figlia di Giovanni (il fratello del più celebre boss Stefano), condannato per traffico di droga al maxiprocesso, “pretende”, dimenticando che l’unica persona verso cui può recriminare è proprio suo padre, che ha scelto di essere mafioso. Questa mattina su Repubblica Palermo è uscito infatti un articolo intitolato “Io, Bontate alla gogna tv soltanto per il nome”. Nemmeno una parola, su quel giornale, sull’insulto mafioso nei confronti della memoria del loro collega Beppe Alfano, ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto l’8 gennaio del 1993 e qualche giorno fa omaggiato nella sua città con una scritta nella piazza a lui dedicata: “Viva la mafia”. Tornando alla signora Bontate, nell’articolo la giovane donna rivendica il proprio diritto ad essere giudicata per quella che è. Poi aggiunge che il ricordo di suo padre è quello di “un uomo che amava sua moglie e le sue figlie”.

Voglio rivolgermi direttamente a Roberta Bontate. Non metto in dubbio la sua buona fede e le sue belle intenzioni, ma mi permetta di dissentire e puntualizzare alcuni aspetti. E’ troppo facile “pretendere” senza prima assumersi l’onere di fare passi concreti, senza “restituire” qualcosa. Lei, mi perdoni, non è nella condizione di avanzare alcuna pretesa, e le spiego il perchè.

Oggi il suo sfogo e le sue “pretese” sono comparse anche su “La Stampa”, tra l’altro in compagnia delle parole di Angelo Provenzano, suo compagno di destino, figlio del superboss Bernardo che tempo fa denunciava di sentirsi un cittadino di “serie b”, in contrasto con la serenità e l’orgoglio di suo padre quando, nel carcere di Novara, mi ha riferito: “sto bene, non mi manca niente”, per nulla afflitto o pentito. Forse non pensava ai patimenti del figlio. In pratica parliamo dell’esatto ribaltamento della realtà: i carnefici diventano vittime e le vittime causa dei dolori dei parenti dei carnefici. Nell’articolo “La guerra al passato della figlia del boss” lei afferma proprio ciò che io, orgogliosa figlia di una vittima innocente della mafia, non posso concederle di dire: “Non rinnego la mia famiglia, non potrei. Ma rivendico il diritto a vivere una vita normale”. Lo stesso fa Angelo Provenzano, che ha sempre difeso il diritto di non rinnegare la sua famiglia. Vede, signora, la differenza tra voi e Peppino Impastato o Rita Atria, consiste esattamente in questo. Anche Impastato e Rita Atria appartenevano a famiglie mafiose, ma si sono guardati bene dal difendere il proprio albero genealogico infestato da frutti marci, e anzi hanno combattuto contro le proprie origini in virtù di quel senso di giustizia del quale parla lei oggi sui giornali. Sono morti giovani, entrambi. Se vuole la libertà di vivere senza zavorre e condizionamenti rinneghi pubblicamente la mafiosità di suo padre e della sua famiglia, mantenendo un ricordo privato e intimo della figura paterna. Per colpa di suo padre, della famiglia Bontate e dei mafiosi sanguinari come loro, centinaia di uomini e di donne non possono vivere una vita normale, perchè una famiglia non ce l’hanno più. Non le permetto di parlare così e vorrei che chiedesse scusa per l’insolenza delle sue parole.

A mio avviso non basta ‘differenziarsi’ ed avere la fedina penale pulita; bisogna anche essere in grado di riconoscere pubblicamente la putridezza con la quale si è convissuto. Quelle persone che lei e Provenzano Jr. non riuscite a rinnegare in nome dell’amore filiale o di chissà cos’altro, hanno ammazzato e fatto ammazzare decine e decine di persone, senza pietà. Hanno stravolto le vite di centinaia di persone. Hanno coltivato e nutrito il terreno dell’illegalità e dell’oppressione con migliaia di litri di sangue innocente. Cosa pensa di pretendere ora? Il suo messaggio è “Non sono mafiosa, ma ricordo con malinconia i giorni in cui ero circondata da mafiosi”? Davvero sconveniente e intollerabile. Se vuole sinceramente riscattarsi ma soprattutto essere credibile, inizi rinunciando a tutti i beni, le proprietà e ai frutti delle attività illecite di Giovanni Bontate che non sono certo quantificabili nei 68 milioni di lire che lei dice di aver dato in beneficenza. Chieda scusa ai figli e alle figlie degli eroi veri, abituati a subire, a non chiedere nulla; scenda dal pulpito e torni nell’anonimato fino a quando non troverà il coraggio di rinnegare quel mondo dal quale lei, volente o nolente, proviene.