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Archivio cartaceo | di Peter Gomez | 2 settembre 2010

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Renato Schifani e quelle strane
consulenze in odore di mafia

Gli affari immobiliari seguiti dall'attuale presidente del Senato per conto di un imprenditore condannato per riciclaggio

Il 18 giugno 2007 quando, su richiesta della difesa, l’avevano sentito in aula come testimone, Renato Schifani aveva dimostrato di ricordare molto poco. Sarà stato per l’imbarazzo di dover rispondere a domande sulla sua attività professionale in favore di Giovanni Costa, un vecchio cliente di Villabate, accusato di riciclaggio di capitali mafiosi, o sarà stato il tempo trascorso, ma il futuro presidente del Senato era rimasto sul vago. Aveva spiegato che per l’imputato si era occupato di “acquisizioni e compromessi”, di “permute immobiliari” e di “contrattazioni affaristiche” in quel di Portorosa, un ridente villaggio turistico messinese considerato dagli inquirenti un luogo dove anche la mafia ha reinvestito il suo denaro. Poi quando gli avevano chiesto che cosa sapesse della Alpi Assicurazioni, una delle società al centro del processo, aveva sostenuto di essere stato nominato “a propria insaputa” membro del consiglio di amministrazione della società. E aveva aggiunto di non aver accettato la carica perché come avvocato non aveva “mai frapposto il ruolo professionale con altri ruoli che nascessero da interessi clientelari”. La deposizione, insomma, era stata poco più che una formalità e il futuro presidente del Senato aveva così pensato di aver chiuso per sempre quella partita. Ma adesso, dopo le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza che lo dipinge come uno dei tramite fra i fratelli Graviano, i potenti e ricchissimi boss di Brancaccio, e Marcello Dell’Utri, l’avvocato Schifani rischia di dover tornare a fare i conti con il passato. Il suo passato.

Giovanni Costa, un simpatico ex commerciante di piastrelle di Villabate, diventato improvvisamente multi-miliardario nei primi anni ‘90 e ora condannato (è in corso l’appello) a dieci anni di reclusione per riciclaggio, è infatti incluso nell’elenco delle persone che la Procura di Palermo vuole interrogare per ricostruire, ed eventualmente riscontrare le accuse lanciate contro Schifani da Spatuzza e da un altro collaboratore di giustizia: l’ex segretario nazionale dei giovani dell’Udeur Francesco Campanella.

Costa, è bene dirlo subito, non è un pentito. È un imprenditore che continua proclamarsi innocente. Vive nel nord, dove per qualche anno è stato il dominus di decine di società dai fatturati miliardari. Ma ha alle spalle una storia fatta di soldi, sangue e paura. Suo suocero, il padre della prima moglie, è scomparso per lupara bianca. A Villabate ha dovuto confrontarsi con boss di ogni ordine e grado. Ha conosciuto i Montalto, i Mandalà (tra cui Nino, l’ex socio di Schifani), i Quartararo, i Bisconti di Belmonte Mezzagno, i Piciurro, Pitarresi e tanti altri. Ma sempre, sostiene, perché l’ambiente di Palermo era quello che era, e lavorare lì senza fare i conti con la mafia era impossibile.

Fatto sta – racconta la sua sentenza di condanna – che la vita di Costa cambia all’improvviso quando a Villabate compare il Mago dei Soldi. Ovvero Giovanni Sucato, un ragazzo rosso di capelli e corpulento che diventerà persino protagonista di un racconto di Camilleri. Sucato apre un ufficetto in paese dove sta seduto dietro una scrivania con una montagna di banconote da una parte e un mucchio di ricevute dall’altra. “Datemi il vostro denaro, io fra un mese ve lo restituisco raddoppiato”, dice a tutti. Il gioco funziona: nei primi mesi del 1990 Sucato raccoglie decine e decine di miliardi di lire. Ma la sua è una catena di Sant’Antonio. Non per niente in un bel giorno di settembre il Mago sparisce. Non lo trova nessuno. Sulla porta del suo ufficio è possibile leggere solo un foglio, attaccato con una puntina rossa: “L’avvocato Sucato, dottor Giovanni, è stato convocato da Berlusconi. Tornerà tra una settimana”. Insomma il denaro è finito.

E tra chi ci ha rimesso miliardi ci sono pure gli uomini d’onore. Perché, anche se Sucato lavorava con protezione della cosca villabatese dei Montalto e usava come “raccoglitori di puntate” pure alcuni boss di Brancaccio, nella mafia erano in tanti quelli che avevano investito su di lui. Inizia una catena impressionante di omicidi. Molti “raccoglitori” si danno alla macchia e pure Sucato muore in circostanze misteriose. Dopo l’ennesimo omicidio, il 5 marzo 1991, la polizia convoca Costa in questura. Informazioni confidenziali lo indicano come l’uomo che teneva in mano il tesoro del Mago: lui però per telefono avvisa che non vuole uscire di casa. Oggi Costa è stato condannato in primo grado per aver riciclato quel denaro di proprietà della mafia. Lui sostiene con forza che non è vero. E di fronte ai tanti pentiti che lo accusano, spiega di essersi limitato a scommettere e a vincere.

Ma che cosa c’entra Schifani con tutto questo? Molto. Perché a partire dal 1986 e almeno fino al 1993, Schifani lavora per il neo-miliardario Costa. Lo fa come legale e lo fa con continuità. La scorsa settimana, nel comunicato in cui si diceva disponibile a farsi sentire dalla magistratura per chiarire le accuse di Spatuzza, il presidente del Senato ha tenuto “a precisare che la sua pregressa attività di avvocato è stata sempre improntata al pieno e totale rispetto di tutte le leggi e di tutte le regole deontologiche proprie dell’attività forense”. È probabilmente vero. Come è vero che un avvocato d’affari non è tenuto a farsi troppe domande sulle origini delle improvvise fortune della sua clientela.

Oggi però, leggendo le carte dei processi contro Costa, fa un certo effetto scoprire che le operazioni immobiliari concluse in quel periodo dall’imprenditore di Villabate nel villaggio turistico di Portorosa sono state seguite direttamente da Schifani. E che, secondo i rapporti della Guardia di Finanza del settembre 1993, le “modalità di vendita così articolate” che le hanno caratterizzate “si prestano ad eventuali operazioni di riciclaggio di proventi illeciti”. Una tesi che è stata fatta propria anche dalle motivazioni della condanna di Costa, in cui i giudici includono tra le “forme di reimpiego dei flussi di denaro illecitamente conseguito da parte degli imputati… le acquisizioni di numerosi immobili della Portorosa Village (…) attraverso le forme mediate del potere di rappresentanza”.

Infatti il 7 ottobre 1990 tra Costa e Salvatore Caliri, un imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto, viene stipulato un preliminare di vendita per acquistare 30 appartamenti, 6 posti auto e un posto barca. L’atto prevede il pagamento di due miliardi di lire in contanti in diverse tranche più l’accollo di un mutuo per 900 milioni già acceso da Caliri. Il primo maggio 1991 (mentre a Villabate già si spara) gli immobili vengono consegnati. Lo stesso giorno tra Costa e Caliri viene sottoscritta una nuova convenzione. Costa, grazie a una procura, può vendere le case a terzi. Ma nei documenti ufficiali il suo nome non comparirà e a effettuare il rogito saranno le società di Caliri. Un modo, sottolinea la Guardia di Finanza, per preservare l’anonimato. Nell’accordo viene poi scritto che “l’ammontare complessivo dei corrispettivi che la Portorosa Village (di Caliri) avrebbe indicato nelle fatture di vendita relative agli appartamenti del Costa non avrebbe comunque superato i 2 miliardi e 900 milioni (il prezzo pagato da Costa a Caliri, ndr)”. Inoltre i compratori degli immobili avrebbero dovuto emettere sempre fatture al di sotto dei 19 milioni di lire in modo, sottolineano gli investigatori, di evitare le segnalazioni antiriciclaggio. Caliri di quello strano affare con Costa ha parlato il 13 febbraio del 2002 in un interrogatorio a Catania. E ha confermato che la trattativa con il presunto riciclatore di Villabate fu seguita anche dal futuro presidente del Senato. “Noi – ha detto – non è che interloquivamo con Costa. Ma con il suo avvocato, oggi senatore di Forza Italia, il senatore Schifani”. Risultato: visto che non ci sono rogiti diretti e tutto o quasi avviene per contanti, solo per caso la Guardia di Finanza si accorge della presenza di Costa nell’affare.  Ma questa è un’altra storia. La racconteremo domani.

da Il Fatto Quotidiano del 2 settembre 2010

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