Chi conosce da molto tempo Salvatore Di Landro, lo descrive come un uomo “che dice le cose come stanno, senza tanti giri di parole”. E infatti nel 2009, ascoltato dalla Prima commissione del Csm, il procuratore generale di Reggio Calabria ha parlato anche dei contrasti con il sostituto Francesco Neri rispetto alla conduzione di processi contro la ‘ndrangheta. Il collega è poi stato trasferito dal Consiglio alla corte d’Appello di Roma. Quando chiamiamo Di Landro al telefono, ascoltiamo un magistrato che non vuole retrocedere di un passo – “quello che mi ha sempre mosso è il senso del dovere” – ma anche quasi disilluso, che ha dei dubbi sulla volontà dello Stato di sconfiggere definitivamente la criminalità organizzata: “Ci diciamo le stesse cosa da vent’anni, da quando è stato ammazzato il giudice Scoppeliti, e ancora nulla è cambiato. O si capisce che la ‘ndrangheta è la mafia più potente e si fa una lotta costante, non sull’onda emozionale, o non ci saranno risultati definitivi. Ora ricevo telefonate di solidarietà, ma tra una decina di giorni tutto tornerà come prima. O si vuole davvero sradicare il fenomeno o succederà quanto è già accaduto: una parte di noi si impegnerà e magari qualcuno morirà, come nel passato”. Non avete nemmeno macchine blindate sufficienti e soldi per il carburante….“È così. Non solo ci vogliono riforme sul piano normativo, ma ci vogliono anche i mezzi. Se le macchine non bastano per tutti, se abbiamo problemi con la benzina e dobbiamo fare debiti, allora le cose non vanno bene”. Quando il 3 gennaio scorso un ordigno è esploso davanti al cancello della procura generale, Di Landro cercò di minimizzare, ma dopo l’esplosione davanti al portone di casa sua, l’altra notte, esclama: “Anche io sono portato a domandarmi da cosa nasca la personalizzazione contro di me. Penso che l’attenzione della ‘ndrangheta invece di scemare è salita perché non ho ceduto di un millimetro. Le cosche pensavano di intimorirci, invece noi siamo andati avanti”. E il 7 giugno lo stesso pg ha avuto un altro attentato che poteva costare la vita non solo a lui. Sono stati allentati i bulloni delle ruote della macchina blindata: “Poteva essere una strage perché di solito il mio autista va a 150 all’ora in autostrada. Per fortuna quel giorno eravamo in città e quando abbiamo sentito un rumore strano eravamo quasi fermi”. Ma perché la ’ndrangheta ce l’ha tanto con lei? “Sono andato dritto per la mia strada. In appello ci sono i processi contro le cosche della locride, del reggino e si possono fare in vari modi. Un sostituto si può alzare e in un minuto chiedere la conferma delle condanne. Oppure le motiva per ore con professionalità e passione. Se si lavora bene, come stiamo facendo, la risposta contro la ’ndrangheta non può che essere severa”. Quindi prima non era così…. Il Procuratore generale si schernisce di fronte a questa osservazione, ma fa capire: “Indubbiamente negli ultimi anni la risposta giudiziaria è cambiata, io ho fatto evidentemente qualcosa di molto più forte, che non è piaciuto, se hanno risposto in modo così becero”. Di Landro però non si piega: “Vogliamo fare, o per lo meno io voglio fare, soltanto il mio dovere. Certamente la magistratura è molto coesa, soprattutto questa magistratura giovane che caratterizza in termini largamente positivi tutto il distretto. Questo significa, ovviamente, che i risultati incidono sulla ‘ndrangheta che risponde in questo modo”. Ma perché la sua casa non era protetta? “Cercavo di fare una vita il più possibile ordinaria. Credevo che fosse una forma di difesa. Invece… Non siamo in un Paese civile. Mi dispiace dirlo da calabrese, ma siamo arrivati a un livello di scontro tribale. Non si doveva arrivare a questo punto dove i problemi vengono risolti con la bomba”.