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di Guido Scorza | 2 agosto 2010

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Il FLOP della PEC

In un’intervista su Panorama di qualche mese fa che ancora campeggia sulla home page del sito internet del Ministero della Funzione Pubblica e l’innovazione [n.d.r.: non è un vero ministero ma un dipartimento della Presidenza del Consiglio dei Ministri] il Ministro Brunetta definiva l’idea di “regalare” una PEC (posta elettronica certificata, Ndr) a tutti i cittadini italiani come “la più grande rivoluzione culturale mai prodotta in questo Paese” e “la migliore riforma italiana dal dopoguerra ad oggi”.

Oggi, nonostante dal suo blog, il Ministro si affanni a sostenere il contrario, è chiaro a tutti che quell’idea è stata, come era facilmente prevedibile, un clamoroso FLOP.

Il contatore voluto dal Ministro sul sito postacertificata.gov.it attraverso il quale 50 milioni di cittadini italiani avrebbero dovuto – nelle fantasie di Palazzo Vidoni – richiedere la CEC PAC, parla chiaro: solo 336.853 cittadini lo hanno fatto e di questi solo 133.758 la hanno attivata.

Sono questi i numeri del fallimento ed a nulla vale che il Ministro, dal suo blog, parli di “330 mila PEC attivate” perché o si sbaglia a leggere i suoi stessi numeri o mente, sapendo di mentire.

Si tratta, peraltro, di una bugia che non cambia in modo sostanziale la situazione: gli italiani hanno bocciato – eccezion fatta per una percentuale non superiore allo 0.26% – la CEC PAC e – anche ammesso che sappiano cosa sia ed a cosa serva – non vogliono, non possono o, comunque, non ritengono utile utilizzarla.

Il risultato “referendario”, peraltro, è largamente condivisibile giacché la CEC PAC di Stato è un’invenzione inutile, tutta italiana e che non ha nulla a che vedere con la politica dell’innovazione.

Non è – come forse qualcuno scriverà domani – una conclusione di principio e non è un “voto politico contro” il Ministro Brunetta ma una considerazione basata su indizi e riflessioni forti e concordanti: (a) la CEC PAC non esiste in nessuna altra parte del mondo; (b) la CEC PAC impone – in aperta violazione della libertà di domicilio – ai cittadini italiani di eleggere un domicilio informatico coattivo presso Poste italiane S.p.A. e Telecom, affidando a questi soggetti privati 500 mega di proprie informazioni personali relative al rapporto con tutte le pubbliche amministrazioni; (c) la CEC PAC non è utilizzabile per la gestione di nessuna relazione d’affari o, comunque, a rilevanza giuridica, al di fuori del rapporto tra PA e cittadini con la conseguenza che è un ulteriore indirizzo mail che ciascuno di noi assume la responsabilità di controllare in aggiunta a quelli che già gestisce; (d) con la CEC PAC si consegna a Poste Italiane – mentre è ormai prossima la data della definitiva liberalizzazione dei servizi postali in tutta europa – il monopolio della corrispondenza tra cittadini e pubblica amministrazione negli anni che verranno.

Difficile, in tale contesto, condividere l’idea del Ministro Brunetta, difficile salvo che ci si chiami Poste Italiane S.p.A. o Telecom Italia.

Sono loro, infatti, gli unici beneficiari di quella che il Ministro ha definito la “più grande rivoluzione culturale mai prodotta in questo Paese” perché sono loro ad essersi aggiudicati – ma l’espressione è utilizzata in maniera impropria – la concessione, in regime di monopolio, della fornitura di servizi di CEC PAC a tutti i cittadini italiani, una concessione da 50 milioni di euro.

La vicenda di questa gara che appartiene alle brutte storie italiane è ormai nota: nell’agosto del 2009, il Dipartimento dell’innovazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri l’ha bandita fissando come requisiti per l’aggiudicazione degli elementi idonei a disegnare un ritratto straordinariamente rassomigliante a quello di Poste Italiane e, comunque, lontano anni luce dal profilo di ogni altro potenziale concorrente italiano o europeo.

Ci si potrebbe attardare su una minuziosa analisi di tali requisiti ed evidenziarne l’assoluta inutilità ai fini dell’erogazione – in condizioni di efficienza – del servizio oggetto della gara e la puntuale aderenza al profilo societario di Poste ma, sembra sufficiente richiamarne uno: l’aggiudicatario, secondo il disciplinare tecnico, avrebbe dovuto disporre – o impegnarsi a disporre entro 30 giorni dall’aggiudicazione – “di una rete di sportelli fisici in grado di assicurare un punto di accesso in almeno l’80% dei comuni italiani con popolazione residente superiore a 10 mila abitanti, con orario di apertura al pubblico, dal lunedì al sabato, 9.00-13.00”.

Difficile non farsi venire in mente la rete degli uffici postali presenti sul territorio italiano e, altrettanto difficile, pensare a qualsiasi altro soggetto dotato di una rete di uffici distribuita sul territorio in modo altrettanto capillare.

Non era difficile – e, infatti, lo feci senza bisogno di ricorrere a poteri paranormali dei quali non dispongo [http://www.guidoscorza.it/?p=1021] – prevedere che Poste Italiane si sarebbe aggiudicata la concessione.

E’ una brutta storia, una storia nella quale l’interesse pubblico viene immolato sull’altare dell’interesse economico dei soliti noti che vengono posti dallo Stato – ovvero dal soggetto che dovrebbe essere arbitro dei contrapposti interessi – nella condizione di guadagnare fino a 50 milioni dei nostri euro e, soprattutto, di fidelizzare – in barba a qualsiasi regola della concorrenza – la “propria” clientela in vista del mercato delle comunicazioni elettroniche che verrà.

C’è una sola speranza per evitare di dover aggiungere al danno la beffa: auguriamoci che la concessione perfezionata tra Poste e la Presidenza del Consiglio stabilisca che la prima percepirà un certo corrispettivo – che non dovrebbe essere superiore ad un euro considerato l’importo massimo del bando (50 milioni di euro) ed il numero di cittadini potenzialmente interessati ad ottenere un indirizzo di CEC PAC (50 milioni secondo lo stesso Brunetta) – per ogni indirizzo di CEC PAC effettivamente attivato e non già un bel più cospicuo compenso a prescindere dal numero di indirizzi effettivamente attivati.

Se così fosse, sin qui, Poste Italiane avrebbe diritto a poco più di 132 mila euro mentre, se così non fosse, sarebbe il caso che la Corte dei Conti e l’attento Ministro dell’Economia, esaminassero più da vicino concessione e documenti di gara perché, ogni euro in più pagato a Poste, sarebbe regalato a quest’ultima e sottratto alle nostre tasche.

Potremmo toglierci, tutti, molto semplicemente, questo dubbio andando a leggere la Convenzione ma, sfortunatamente, il Ministro della Trasparenza non ha ritenuto di disporne la pubblicazione così come fatto per una mole immensa di altri documenti – anche di minor rilievo – facilmente accessibili sul sito.

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