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Economia & Lobby | di Matteo Cavallito | 26 luglio 2010

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Agrobusiness e speculazione: così la grande finanza sta affamando il Pianeta

La denuncia del World Development Movement (WDM): dietro la clamorosa impennata dei prezzi degli alimentari c’è l’insaziabile avidità di banche e fondi speculativi

Il finanziere Georges Soros

Scommettendo al rialzo sull’andamento dei prezzi delle materie prime le grandi banche e i principali fondi speculativi (Hedge funds) hanno contribuito in modo determinante ad affamare i Paesi più poveri del mondo sperimentando un sistema che, a qualche anno dal collaudo, continua a generare profitti vergognosamente elevati. E’ la durissima accusa lanciata dal World Development Movement (Wdm), una Ong londinese attiva da anni nelle campagne per la lotta alla povertà, nel suo rapportoThe great hunger lottery: How banking speculation causes food crises” pubblicato in questi giorni.

Nel mirino degli attivisti ci sono sempre loro, grandi banche e fondi speculativi. Tra il 2006 e il 2008 hanno gonfiato il mercato alimentare con una delle peggiori bolle speculative della storia generando un’impennata dei prezzi che ha ridotto alla fame centinaia di milioni di persone. Il trend, a un certo punto sembrava quasi essersi arrestato ma in seguito i colossi finanziari hanno ripreso ad assumere le vecchie abitudini. Secondo la Fao, a giugno del 2009 almeno un miliardo di persone risultava soffrire di denutrizione cronica a seguito tanto della recessione globale quanto di “un’insensata impennata dei prezzi”. Sei mesi più tardi, affermano oggi gli analisti del Wdm, la banca americana Goldman Sachs chiudeva l’anno registrando un miliardo di dollari di extraprofitti derivanti esclusivamente dalla speculazione sulle materie prime (commodities).

Se siete ancora convinti che a determinare i prezzi di mercato siano i tipici fattori della domanda e dell’offerta vi converrà forse dare un’occhiata a questi dati. Dall’inizio del 2006 alla metà del 2008 il prezzo del frumento è aumentato del 110%, esattamente come quello del petrolio. Il cacao ha visto il suo valore di mercato aumentare del 90% a fronte del +70% del caffè e del mostruoso +180% del mais. La domanda di mercato, grazie soprattutto allo sviluppo economico di Cina e India, era effettivamente aumentata ma non tanto, ovviamente, da giustificare simili impennate. Come si spiegava, dunque, un simile fenomeno?

In pochi se ne erano accorti ma all’alba del XXI secolo i mercati avevano conosciuto un’autentica rivoluzione. Secondo il Comitato per la Sicurezza Nazionale e gli Affari Governativi degli Stati Uniti, gli investimenti legati alle materie prime erano passati dai 13 miliardi di dollari del 2003 ai 260 del 2008. Contemporaneamente il prezzo medio delle 25 principali commodities era aumentato del 183%. Le scommesse fioccavano grazie anche al crescente successo di fondi comuni d’investimento ad hoc, i celebri Exchange Traded Commodities, che attraevano una crescente clientela di risparmiatori (molti dei quali in Italia, principale piazza europea degli Etc dopo quella del Regno Unito) in fuga dai mercati tradizionali di azioni e obbligazioni. Nell’agosto del 2008, sottolineò un rapporto della banca francese Credit Agricole, la posizione di mercato dei derivati scambiati sulla piazza di Chicago ammontava a un quarto dell’intera produzione mondiale di mais e soia e all’8% di quella del frumento.

Di fronte a cifre capaci di fare impallidire chiunque il Congresso Usa volle vederci chiaro. I deputati chiamarono a deporre il magnate George Soros che, all’epoca, sembrava quasi aver assunto il ruolo di coscienza critica dell’alta finanza. «Ci sono tutti i segnali di una bolla – spiegò il finanziere – . Banche e fondi pensioni si sono buttati sulle materie prime per ridurre le ingenti perdite sofferte per la crisi dei subprime». Le sofferenze della crisi, in alti termini, andavano lenite in qualche modo. E poco importa che a pagarne i costi fossero gli individui più poveri del Pianeta. A due anni di distanza il nome di George Soros è ricomparso nella grande orgia speculativa del mercato alimentare. Secondo il britannico Daily Telegraph anche il fondo speculativo del magnate Usa, infatti, si sarebbe accodato al treno degli speculatori attivi nel mercato agricolo africano. Soros, insomma, avrebbe seguito l’esempio del finanziere inglese Anthony Ward, numero uno della società d’investimento Armajaro Holdings. Il 16 luglio scorso, Ward è riuscito nell’impresa di rastrellare contratti futures per 240 mila tonnellate di cacao assicurandosi in un sol giorno l’equivalente del 7% della produzione mondiale. Una mossa apparentemente azzardata ma frutto, in realtà, di un calcolo ragionato. Negli ultimi 18 mesi il prezzo del cacao è aumentato del 150% registrando il picco massimo degli ultimi 33 anni. Un affare d’oro per chi ha saputo e potuto giocare d’anticipo.

Le prospettive di speculazione, dunque, non mancano di certo. Ed è proprio per questo che gli attivisti del Wdm sentono di combattere ora la battaglia decisiva. Nella maxi riforma finanziaria approvata negli Usa la scorsa settimana ci sono anche norme pensate per frenare la speculazione sul mercato alimentare attraverso la limitazione dei contratti derivati che un singolo operatore potrà sottoscrivere. Una mossa coraggiosa che pone oggi il Regno Unito, sede della principale piazza finanziaria europea, di fronte a un bivio: lasciare immutata la legislazione attraendo così i delusi di Wall Street oppure seguire l’esempio di Washington colpendo gli speculatori e tutelando gli interessi dei più poveri. 800 persone hanno già sottoscritto una richiesta rivolta in tal senso alla Financial Service Authority, il principale organo di controllo del mercato britannico. I grandi gruppi finanziari, contemporaneamente, starebbero già affilando le armi per un’intensa campagna di lobbying. Fino ad oggi hanno guadagnato impunemente miliardi. Ma evidentemente non sono ancora sazi.

 

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