Ben 1,4 milioni di persone hanno firmato per indire il referendum che blocchi la vendita ai privati dell’acqua. Un primo stop in questo conflitto che vede i big dell’economia affiancare o soppiantare i gestori pubblici dell’acqua. Cioè una gestione statale, regionale, comunale. E se si sperimentasse una terza via?

Partiamo dai dati macro di questa guerra dell’acqua: 1,6 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile; 2,6 miliardi di persone non hanno accesso ai servizi igienico-sanitari di base; 5 milioni di persone muoiono ogni anno per malattie legate all’acqua. E tutti sanno (meno quelli che fingono di non sapere) che ormai da più di un decennio (ma si potrebbe andare anche più indietro nel tempo) i grandi gruppi industrial-finanziari si stanno interessando al business dell’acqua in previsione dell’esaurirsi del petrolio. Un esaurimento fisico dei giacimenti e un esaurimento economico dettato dalla necessità di sostituire all’inquinante petrolio qualche altra forma di guadagno.

Suez-Lyonnais des eaux, Vivendi, Saur-Bouygues, Thames Water, United utilities, Ruwe, Nestlé, Danone, Coca-Cola e altri fanno da anni della gestione dell’acqua la fonte di alti profitti e contro lo strapotere delle multinazionali il cosiddetto «popolo delle sinistre» rivendica la proprietà pubblica dell’acqua.

I problema acqua è anche la cartina al tornasole della divisione fra privilegiati e diseredati a livello mondiale se si tiene conto che il 12 per cento della popolazione usa l’85 per cento delle risorse del pianeta.

Ecco la situazione della divisione fra ricchi e poveri nelle varie parti del mondo secondo quanto registrato dall’agenzia di stampa Ansa. «America: anche il continente americano soffre l’assenza d’acqua, manca quella per usi domestici perché viene utilizzata, al ritmo di 2 mila miliardi di litri, per coltivare cereali per l’allevamento. Europa: il 16 per cento della popolazione non ha accesso all’acqua potabile. Un problema che in trent’anni è costato 100 miliardi di euro. In Europa il 44 per cento dell’acqua estratta viene utilizzata per produrre energia, mentre nell’area mediterranea, con la domanda raddoppiata negli ultimi 50 anni, si prevede un aumento dei consumi del 25 per cento entro il 2025. Italia: le condutture perdono 104 litri d’acqua per abitante al giorno (pari al 27 per cento dell’acqua prelevata), un terzo degli italiani non ha un accesso regolare all’acqua potabile, ma ogni italiano consuma 237 litri di acqua al giorno. Salerno è la città che ne consuma di più con una media di 264 litri a testa al giorno, mentre Agrigento è quella che ne consuma di meno con 100 litri pro-capite al giorno. Il rubinetto dell’Italia perde il 30 per cento dell’acqua immessa e nelle regioni meridionali e nei mesi estivi il 15 per cento della popolazione scende al di sotto della soglia minima di fabbisogno giornaliero a persona (50 litri al giorno). Il 30 per cento non ha un accesso sufficiente e 8 milioni non hanno quella potabile mentre 18 milioni la bevono non depurata. In Italia c’è però anche il business dell’acqua minerale che vale 5,5 miliardi di euro all’anno (al terzo posto al mondo per consumi pro-capite dopo Emirati Arabi e Messico)».

Pubblico o privato?

Di fronte a questa situazione, drammatica soprattutto nei paesi del cosiddetto terzo mondo, le «grida d’allarme» dell’Onu suonano soltanto come la «necessaria retorica» tipica delle organizzazioni sovrannazionali. Organizzazioni che contano soprattutto come «teatrino mondiale», ma (e diciamolo chiaramente: per fortuna) contano un po’ più (ma solo un po’) del cosiddetto due di picche nel gioco della briscola.

E veniamo al teatrino italiano. Di fronte all’avanzata di società private nella gestione dell’acqua potabile (peraltro già all’interno della struttura societaria delle municipalizzate) le sinistre hanno registrato una prima vittoria con le firme (1,4 milioni) per il referendum contro la privatizzazione dei gestori dell’acqua per conservare o riaffermare una gestione pubblica. Dimenticando, forse, che già diverse municipalizzate (le più importanti) sono quotate in Borsa. Luogo (è notorio e non potrebbe essere altrimenti) deputato a considerare con benevolenza chi fa profitti e non certo perdite.

E qui si riapre una questione tanto importante quanto antica. Se l’acqua è essenziale per la vita perché si deve anche in un caso così importante, fondamentale, delegare ad altri la gestione di questo bene? Pubblico o privato non sono i due poli tra cui scegliere. Dove pubblico significa gestione attuata da burocrazie politiche e privato è il luogo del profitto ricercato da manager che rispondono ad azionisti. Azionisti che vogliono sia remunerato il loro capitale investito in azioni.

Tertium non datur? Non è detto. Infatti, chi l’ha detto che la gestione dell’acqua non debba essere esercitata da chi quell’acqua beve? Chi l’ha detto che siano meglio i burocrati o i manager dei consumatori? Chi l’ha detto che un bene di tutti non debba essere gestito da tutti? Cioè da coloro che quell’acqua bevono? E come? Attraverso modelli di partecipazione autogestionaria. Chi l’ha detto che burocrati o manager pensino a soddisfare i bisogni della gente e non, invece, a servire gli interessi politici o di profitto di chi li ha nominati? Chi l’ha detto che l’autogestione degli acquedotti sia un’utopia e non un’impellente necessità?

Utopia… Parola sempre disprezzata o dileggiata dalle persone «pratiche», di «buon senso», legate alla «realtà» e non al «sogno». Ma c’è chi è veramente sicuro che l’utopia sia «desiderio vano», «illusione», «ideale astratto»? Certo il termine utopia rimanda a «un modello di una società perfetta, dove gli uomini vivono nella piena realizzazione di un ideale politico e morale» (Dizionario Garzanti , a «un ideale che non si può realizzare» (Dizionario Sansoni), ma anche a «un ideale etico-politico destinato a non realizzarsi dal punto di vista istituzionale, ma avente ugualmente funzione stimolatrice nei riguardi dell’azione politica, nel suo porsi come ipotesi di lavoro o, per via di contrasto, come efficace critica alle istituzioni vigenti» (Dizionario della lingua italiana di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli), mentre «Auguste Comte assegnava all’utopia propriamente detta una parte importante non solo nelle istituzioni, ma anche nello sviluppo delle idee scientifiche» (Dizionario critico di filosofia di André Lalande).

Allora è tanto utopico volere e realizzare l’autogestione?