Sempre più incalzanti gli eventi che travolgono il Vaticano. Mentre in Belgio la commissione Adriaenssens al completo si dimette, oltraggiata dalle perquisizioni di giovedì e, soprattutto, dal sequestro dei dossier sui casi di abusi commessi dai sacerdoti belgi, dagli Stati Uniti arriva la risoluzione della Corte Suprema sulla procedibilità contro il Vaticano nel caso Anonimo contro Santa Sede di cui la Corte Suprema ha accettato l’esame.

Si tratta di una storia lunga, anzi lunghissima quella della procedibilità contro alti esponenti del Vaticano. Prima di diventare papa, lo stesso Benedetto XVI era stato citato per ostruzione alla giustizia di fronte al giudice federale Lee, in Texas. L’accusa, portata avanti dall’avvocato Daniel Shea, sosteneva che, attraverso l’emanazione del De Delictis Gravioribus, il documento del 2001 che avocava alla Congregazione per la Dottrina della Fede la competenza per i casi di pedofilia clericale e poneva sugli stessi il segreto pontificio. Ma davanti alla corte non ci arrivò mai, perché appena eletto al soglio papale chiese, e ottenne dall’amministrazione Bush, l’immunità diplomatica come Capo di Stato.

Pochi giorni fa la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso di non concedere alla Santa Sede l’improcedibilità e il Vaticano potrà essere chiamato in causa come responsabile degli abusi sessuali commessi dai sacerdoti. In particolare, sarà parte in causa nel processo “Anonimo contro Santa Sede”, in Oregon, con l’accusa di aver ripetutamente trasferito di parrocchia in parrocchia il reverendo Andrew Ronan, deceduto nel 1982, nonostante fosse a conoscenza dei ripetuti casi di abusi sessuali in cui il sacerdote era coinvolto. Il querelante, tutelato dall’anonimato, fu abusato tra il 1965 e il 1966 da padre Ronan, quando quest’ultimo esercitava il proprio ministero nella chiesa di S. Albert, a Portland. Secondo i documenti processuali, Ronan era già stato accusato di pedofilia a metà degli anni ’50, quando esercitava il ministero sacerdotale nell’arcidiocesi di Armagh, in Irlanda. Fu trasferito a Chicago, dove abusò di altri ragazzi, come testimonia la sua stessa confessione, alla St. Philip’s High School. In seguito a questi nuovi episodi, fu trasferito in Oregon.

L’avvocato della vittima, Jeff Anderson, celebre negli Stati Uniti per aver vinto un numero enorme di cause per risarcimento alle vittime di abusi, per un totale di oltre 60 milioni di dollari, non nasconde la propria soddisfazione. “La decisione dei giudici è una risposta alle preghiere di migliaia di sopravvissuti agli abusi sessuali, che hanno finalmente una possibilità reale di ottenere giustizia e veder fatta luce sulla complicità delle gerarchie del Vaticano nel coprire gli atti criminali dei sacerdoti cattolici contro bambini innocenti. A nome della vittima, in questo caso, e di tutti i coraggiosi sopravvissuti che hanno sofferto per le smentite di generazioni di dirigenti del Vaticano, ringraziamo i giudici per il loro coraggio nel lasciare che questo caso vada avanti” ha affermato Anderson in un comunicato stampa.

Altrettanta soddisfazione ha espresso Marci A. Hamilton, consulente legale per il querelante, docente di diritto pubblico presso la Benjamin N. Cardozo School of Law della Yeshiva University, consulente del Congresso per alcuni casi di legittimità costituzionale e autrice del saggio Giustizia negata: cosa deve fare l’America per proteggere i propri figli. “Il rifiuto della Corte Suprema di concedere l’immunità – ha affermato Hamilton – è stata la cosa giusta da fare, sia moralmente che giuridicamente. Dal 2002, quando sono stati resi noti gli insabbiamenti dei casi di pedofilia operati dalle gerarchie ecclesiastiche, migliaia di vittime qui negli Stati Uniti e milioni di cittadini giustamente oltraggiati hanno chiesto che venisse fatta luce sulle responsabilità di questa tragedia nazionale e internazionale.”

Le accuse contro la Santa Sede includono la responsabilità per fatto altrui, essendo considerato Ronan un dipendente del Vaticano e dovendo quindi rispondere il superiore per l’inferiore, oltre che per un reato simile a quello che in Italia è codificato come “culpa in vigilando”, non avendo la Santa Sede posto in essere tutti gli accorgimenti necessari ad impedire ulteriori abusi e non avendo messo in guardia contro le tendenze criminali del sacerdote, esponendo al pericolo bambini innocenti. Il Vaticano aveva richiesto già l’improcedibilità nei precedenti gradi di giudizio, invocando l’immunità degli stati sovrani, appellandosi con esito negativo prima al tribunale distrettuale, poi alla Corte d’Appello ed infine alla Corte Suprema.

Dopo diversi mesi, e dopo aver chiesto il parere del governo statunitense, che riteneva che la Santa Sede godesse di immunità anche in questo caso e che quindi i vertici vaticani, compreso il Papa, non potessero essere chiamati in giudizio, la Corte Suprema ha deciso di lasciare che il tribunale dell’Oregon continui a fare il proprio lavoro.

di Vania Lucia Gaito