Siamo sommersi di contenuti, ma così abbiamo ridotto l’esperienza diretta della vita
Siamo sommersi di contenuti. Prodotti da menti umane. Prodotti dall’IA. Prodotti da un mix tra questi. Libri, canzoni, video, film, fotografie, vocali, messaggi, post, tweet, reel. Li produciano noi, li produce chi ci è intorno, li producono quelli che ci vivono o ci maturano reputazione e follower. Li produce l’IA. Una enorme bolla di prodotti comunicativi. Artefatti.
Per produrre tutti questi contenuti, così come per fruirli, abbiamo sottratto tempo al qui e ora esistenziale. Abbiamo ridotto, marginalizzato, l’esperienza diretta della vita. Piuttosto che parlare con qualcuno, abbiamo imparato a creare un contenuto testuale e mandarglielo. O registrare un vocale. Piuttosto che dibattere con qualcuno, abbiamo imparato a pubblicare opinioni unidirezionali e attendere di reagire a reazioni testuali a quelle opinioni.
Abbiamo liofilizzato la comunicazione. In vent’anni l’abbiamo resa primariamente un passaggio mediato di contenuti impacchettati: asincrona, priva di scambi emotivi frontali, del sano flusso di non verbale che regolava le nostre vite sociali da tempo immemore. Ci siamo abituati allo stress di comunicare così, senza porci troppe domande e per la supposta convenienza di ottimizzare il tempo. Ci siamo adattati alla penuria di vitalità, di esperienza reale, polisensoriale, per inseguire i picchi di dopamina di una notifica, dello stare al passo di decine di chat, decine di letture, decine di ascolti che finalmente avevamo lì a portata di vista e udito.
Finita l’abbuffata siamo più felici? Tutto questo ci ha reso più sostenibile l’esistenza o è diventato lo zuccherino diversivo con cui rimandiamo a un domani indefinito il momento in cui rispondere alle domande più rilevanti della nostra vita sociale?
Tra le conseguenza della disponibilità di tutta questa mole di contenuti, c’è anche quella che abbiamo disarmato il merito della pubblicazione. Quella fase di maturazione esistenziale dove sì, puoi pensare quel pensiero, puoi abbozzare quella canzone, persino buttare giù quell’idea di videoclip, ma qualcuno a guida o il comune senso del pudore, della consapevolezza di canoni, estetica, etica e gusto, ti bloccava. Oggi no. Oggi siamo invasi di contenuti creati, blindati in memorie private e pubbliche, come i server, e larghissima parte di tutto questo sono uno spreco. Sono rumore, virgole, inezie nel cammino non dico dell’umanità, ma anche solo di questa società o della propria comunità. Anche solo della propria cerchia di rapporti.
Eppure restano. Occupano giga, pixel, spazi di archiviazione, energia, acqua per raffreddare i server. Potenzialmente la stessa IA da sola – vedi Suno – produce due brani in meno di un minuto. Questa capacità di produrre contenuti non si ferma all’azione del fare. E’ creazione archiviata. E’ manufatto, seppur digitale, replicabile a richiesta. E’ spazio permanente occupato. Per consentirci una fruizione a richiesta di quel contenuto.
Tutto questo iniziò a metà dell’800. Due secoli fa. Quando creammo tecnologie capaci di immortalare l’esperienza comunicativa e renderla replicabile nella sua integrità. Era il 1861. Un editore francese, Édouard-Léon Scott de Martinville, restò rapito dalla fotografia: un mezzo tecnico capace di immortalare l’esperienza visiva. Iniziò così a cercare di creare un mezzo tecnico capace di immortalare l’esperienza sonora. Dopo diversi tentativi si mise a imitare il funzionamento dell’orecchio. Riuscì così a “registrare” una cantante intonare per pochi secondi “Au clair de la lune” e la sua invenzione fu chiamata “fonoautografo”, perché di fatto “scriveva” suoni. Ma non li sapeva riprodurre.
Sedici anni dopo un uomo completò l’opera. L’americano Thomas Edison nel 1877 creò una macchina, il fonografo, capace di registrare e riprodurre il suono ambientale e la testò cantando la filastrocca “Mary had a little lamb”. Da quel momento gli esseri umani iniziarono a fermare, imbalsamare e poter, a desiderio, risuscitare l’esperienza sonora. E solo 15 anni dopo, Léon Bouly, in Francia, creò il cinematografo. Il nonno di tutte le telecamere che oggi stanno nel nostro smartphone.
L’esperienza visiva e sonora potevano essere immortalate insieme e riprodotte a piacimento. Esserci o non esserci in quel dato momento e spazio era diventato irrilevanti ai fini dell’esperire. Potevi vivere un simulacro di esperienza reale, guardando il video di quanto ti eri perso dal vivo. Costava parecchio, certo. Ma tempo un secolo e mezzo ed è diventato tra il gratuito e il molto conveniente. Da vent’anni con internet, e in particolare con la diffusione dei software di email e messaggistica, così come delle tecnologie personali di produzione e pubblicazione di contenuti multimediali, abbiamo chiuso il cerchio. Oggi possiamo produrre e pubblicare qualsiasi contenuto comunicativo e “condividerlo”.
La selezione naturale non è sufficiente ad evitare la bulimia di questo tipo di comunicazione o le conseguenze psicologiche e sociologiche di averci gettato nella vita virtuale senza averci spiegato come e perché dovevamo preservare quella reale. Compito di chi oggi ha l’età della ragione e un po’ di etica: tentare di far qualcosa. Limitare la fruizione dei contenuti mediatici ai minori? Bene. Ma anche nostro consumo critico, riduzione del consumo personale, tempo limite davanti ad un display.
La rivoluzione è tornare a comunicare dal vivo. Fare tutto più dal vivo. Dalla musica alla recitazione. Dalla politica all’amicizia. Proviamoci.