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La Sinistra collaborazionista, la più fedele alleata della Destra

È stata la riconversione della Sinistra in Nuova Destra a creare le condizioni perché fosse dato definitivamente via libera al trionfo della restaurazione reganiana-thatcheriana
La Sinistra collaborazionista, la più fedele alleata della Destra
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Il sussiegoso Massimo D’Alema, nel salotto della Gruber e di fronte a un insolitamente condiscendente Massimo Cacciari, può farci la lezioncina fin che vuole, alternando il congenito cinismo da scalatore degli organigrammi del potere e il richiamo alla forma-partito (dominante al tempo della società industriale, poi resa obsoleta dal passaggio alla networking society) quale cornice intellettuale “togliattiana” di una biografia da funzionario PCI, resta il fatto che l’invecchiato giovanotto risulta la migliore icona possibile del collaborazionista (a propria insaputa?) nella liquidazione dell’ultimo assetto progressista a Occidente; e pure in Italia, seppure in modalità imbastardite dalla logica colonizzativa-ecumenica democristiana e dall’entrismo/togliattismo social-comunista: lo Stato Sociale newdealista-welfariano di matrice keynesiana.

Questo perché è stata la riconversione della Sinistra in Nuova Destra a creare le condizioni perché fosse dato definitivamente via libera al trionfo della restaurazione reganiana-thatcheriana e lo sbaraccamento dell’intera opera di inclusione sociale che aveva caratterizzato i decenni precedenti. Anche se la supponenza del Lider Maximo mai accetterebbe di ammetterlo, perché farlo significherebbe riconoscere il proprio totale imborghesimento, da capofila di un intero ceto di partito che ha svenduto il proprio patrimonio ideale per essere cooptato nei quartieri alti abitati da quella che fu la loro storica parte avversa. Per poterne condividere forme e tic da parvenu: la passione per lo yatching come per grisaglie e scarpe su misura. E il birignao. Addebito che non si può estendere a Cacciari, autore dell’immortale battura, quando fu oggetto di un tentativo di cooptazione craxiana, “grazie, ma sono ricco di famiglia”.

Semmai al filosofo ex sindaco di Venezia si può addebitare una grave sordità ai segnali del tempo, quando militava nell’ultra sinistra; per cui, insieme ai sodali operaisti Tronti e Negri, prefigurava l’imminenza di insorgenze proletarie, proprio mentre nei think-tanks sull’Hudson e il Potomac si stavano predisponendo gli arsenali della restaurazione. Ma altrettanta incomprensione – con ben più alto livello di responsabilità – è quella che, poco dopo la sconfitta del lavoro come soggetto politico, ha guidato il riposizionamento personale dei collaborazionisti a sinistra nella colonizzazione liberista e dell’affermazione di un sistema di valori affaristico tendente al malavitoso come egemonia degli arrampicatori sociali. Non solo un chiudere gli occhi davanti allo scempio civile. Molto di più e di peggio: l’irresponsabile contributo all’operazione, che ebbe in Silvio Berlusconi il principale artefice. La cui legittimazione trovò l’ambiente ottimale in quella Commissione Bilaterale promossa proprio da D’Alema nel 1997, si disse per fare fuori i concorrenti alla premiership Prodi e Veltroni, ma che – in effetti – trasse fuori il Caimano dall’impasse creatagli dalla rottura del patto elettorale con Umberto Bossi, capo della Lega, attribuendogli una nuova verginità di padre costituente.

Operazione di washing d’alemiano iniziata l’anno prima andando a parlare agli scioperanti davanti a Mediaset, sotto schiaffo per la minaccia di leggi sul conflitto d’interessi, definendo lo strumento di cannibalizzazione dell’informazione via etere “patrimonio del Paese”. Scuola di Chicago o furbata alla romana? Che dire del vulnus inferto nel 2001 alla Costituzione dal primo ministro di centro sinistra (ex fiduciario di Craxi) Giuliano Amato con la riforma del Titolo Quinto, che devolveva potere legislativo alle Regioni per compiacere la Lega e dare una mano a Francesco Rutelli candidato (perdente) a presidente del Consiglio contro Berlusconi. E per fare buon peso, ecco il pasticcio cucinato da Rosy Bindi ministra della Sanità 1996-2000, quando aprì una prima falla nella riforma attuativa del diritto costituzionale alla salute a mezzo sanità pubblica (SSN) del 1978, autorizzando la penetrazione della medicina privata nel sistema tramite le visite domiciliari: di fatto, l’accreditamento delle logiche di privatizzazione che stanno devastando la preziosa costruzione di Tina Anselmi.

Insomma, come piagnucolava uno struggente Rutelli interpretato da Corrado Guzzanti: “Ah Berlusco’, t’avemo portato l’acqua con l’orecchie”.

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