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Perché le ultime elezioni israeliane non rappresentano affatto uno spartiacque

Emerge una tendenza strutturale allo spezzettamento della rappresentanza politica in senso identitario e un forte consenso di centro-destra
Perché le ultime elezioni israeliane non rappresentano affatto uno spartiacque
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di Claudia De Martino

Nessuno si aspettava che Netanyahu potesse sopravvivere all’ennesimo referendum sulla sua persona e, tuttavia, il suo partito Likud si è ancora una volta affermato come la forza politica di maggioranza, totalizzando 27 seggi. Nonostante la sua parabola elettorale sia in calo rispetto alle ultime due tornate (marzo 2021 e 1 novembre 2022), il Likud resta il partito in cui la maggioranza dei cittadini ebrei si riconosce. Questo non significa necessariamente che il Presidente Herzog gli attribuirà il mandato per formare il nuovo governo, dato che formalmente il suo blocco è fermo a 53 seggi e resta lontano dalla soglia di 61 necessaria a governare.

Tuttavia, è indubbio che, dopo questa ulteriore investitura popolare intervenuta dopo la disfatta del 7 ottobre, Netanyahu esca rafforzato dalle urne e legittimato dal voto democratico a restare al potere. È quindi possibile che cerchi di consolidare il proprio blocco – soprattutto fidelizzando il partito ultraortodosso aschenazita dell’UTJ (Unite Torah Judaism), che sembra intenzionato a discostarsi dall’alleanza con il Likud – con la promessa di esentare per legge gli ultraortodossi dal servizio militare.

Un altro tentativo sarà quello di portare il suo antico rivale Lieberman dalla sua parte, con lo spauracchio dell’alleanza dell’opposizione con i partiti arabi. Lieberman, che ha dichiarato di non fidarsi di Netanyahu e ha raccomandato Eisenkot come Premier, potrebbe infatti scendere a patti con una coalizione di governo a guida Likud in cui Netanyahu si facesse da parte o optasse per un regime di rotazione (come avvenuto nel Governo del Cambiamento nel 2021), ovvero in cui il Likud rimanesse il perno del Governo ma non la persona di Netanyahu. In uno scenario di questo tipo, si potrebbe formare un governo di minoranza con 60 seggi.

Nondimeno, un’eventuale uscita di scena come premier di Netanyahu potrebbe aprire anche ad una maggioranza più ampia, ovvero ad un governo sionista di unità nazionale con Yashar e gli altri partiti d’opposizione non arabi, forse con la sola esclusione della Sinistra sionista (i Democratici). Bibi, essendo in una posizione negoziale forte, potrebbe preliminarmente negoziare la grazia da parte del Presidente Herzog in cambio di una sua relativa (e forse temporanea) marginalizzazione sulla scena politica e un incarico ministeriale. Con un tale governo verrebbe meno il problema della maggioranza (si otterrebbero 67 seggi), si escluderebbero i partiti estremisti (i Sionisti Religiosi e l’Orgoglio ebraico), ma resterebbe irrisolto il tema della commissione giudiziaria, e non parlamentare, d’inchiesta sul 7 ottobre.

Dall’altro lato, l’opposizione fatica di più a definire uno scenario percorribile. Dato il successo elettorale del “blocco arabo”, che ha totalizzato complessivamente 19 seggi rispetto ai 10 delle precedenti tornate elettorali, l’alleanza con i palestinesi di Israele rappresenta l’unica carta da giocarsi per formare un governo alternativo a quello a guida Likud. Tuttavia, ottenendo il sostegno degli arabi, Yisrael Beitenu, il partito dei russi, si sfilerebbe dalla coalizione, e Eisenkot arriverebbe a 60 seggi. Dovrebbe, quindi, assestarsi sull’opzione di un governo di minoranza con l’inclusione di tutti i partiti arabi – opzione elettoralmente molto pericolosa – oppure cercare di attirare dalla sua parte il partito ultraortodosso dell’UTJ, che si è mostrato incerto nell’appoggio a Netanyahu, attraverso esenzioni mirate alla sua comunità.

Questo significherebbe avviare un dialogo politico strutturato con la minoranza araba, che andrebbe a giocare un ruolo chiave nella futura coalizione, contando per un terzo dei seggi, e, qualora si cercasse il supporto dell’UTJ, rinunciare a una priorità della campagna elettorale, ovvero la leva degli ultraortodossi.

In tutte le combinazioni possibili, Eisenkot si trova in una posizione più difficile di Netanyahu. I risultati attuali confermano che, nonostante la forte flessione del partito di centro, Yesh Atid – che si è dimezzato alle urne rispetto al 2022 – il blocco elettorale del centro, che oscilla intorno ai 40 seggi, è rimasto stabile. A contrarsi sensibilmente è stato il partito sefardita ultraortodosso Shas, che sconta il suo peggior risultato elettorale, andando ad indebolire la coalizione pro-Netanyahu, mentre i partiti estremisti (Sionisti Revisionisti e Orgoglio ebraico) rappresentano ormai una solida nicchia di 13-14 seggi, sia che corrano insieme che separati, andando a identificare un blocco elettorale radicalizzato, afferente all’area dei coloni, stabile nel tempo. Infine, la sinistra è ormai una forza di minoranza (6% della Knesset), la cui futura sopravvivenza è legata ad alleanze con i partiti arabi.

Il giudizio complessivo è che le ultime elezioni israeliane non rappresentino affatto uno spartiacque: nonostante alcuni movimenti tellurici di superficie, in realtà gli equilibri elettorali restano molto simili al 2022, confermando la tesi di coloro che sostengono che non si sia affatto registrato uno shock “7 ottobre”, ma che occorrano anni per metabolizzare i traumi collettivi e generare cambiamenti sostanziali.

Una dinamica simile a quella delle elezioni successive all’altro grande trauma nazionale, la guerra dello Yom Kippur (1973), dove all’indomani della guerra (dicembre 1973) non si riscontrò alcuno strappo politico, ma quattro anni dopo si assistette a quella che gli israeliani chiamano ancora la “mahapach”, ovvero “il ribaltamento” o la svolta elettorale radicale (in quel caso, la vittoria del Likud di Begin nel 1977, che poi aprì la via alla pace con l’Egitto).

In sintesi, se si prescinde dalla logica dei blocchi e dalla figura di Netanyahu, emerge una tendenza strutturale allo spezzettamento della rappresentanza politica in senso identitario e un forte consenso di centro-destra, che vede ancora nel Likud il suo perno. Questo significa che un futuro governo di larghe intese potrebbe isolare le forze più estremiste attualmente al governo senza stravolgere la politica di occupazione dei Territori palestinesi, ma evitando la trasformazione di Israele in uno “stato canaglia”.

Tuttavia, i cambiamenti più importanti verranno dall’erodersi della special relationship con gli Stati Uniti e dalla fine imminente dei 3,8 miliardi di dollari annui di assistenza militare USA: un terremoto rispetto a cui tutti i partiti dovranno riposizionarsi.

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