Faccio lo psichiatra da 40 anni e dico che i farmaci non vanno demonizzati
Recentemente ho visitato una ragazza trentenne che soffre molto perché il fidanzato che frequentava da tre anni si è tolto la vita. Questa ragazza si pone mille interrogativi, dubbi e addirittura sensi di colpa. Avrebbe dovuto rendersi conto? Poteva fare questo? O quello? Non ha agito correttamente?
La storia che mi ha raccontato del ragazzo, per me che esercito come medico psichiatra e psicoterapeuta da 40 anni, risulta molto chiara e lineare. Dalla descrizione capisco che soffriva di un disturbo depressivo ricorrente che si ripresentava ogni tre/quattro anni. Prima di incontrare la ragazza aveva già avuto due episodi molto duri da cui era uscito dopo mesi di malessere senza sottoporsi a terapie. In particolare il loro incontro era servito a dare la spinta per risolvere il secondo momento di depressione. Il ragazzo si era, quindi, attaccato a questa mia paziente come se lei fosse il suo talismano protettivo nei confronti della malattia.
Purtroppo in certe forme di malattia depressiva, in particolare quelle in cui compare la melanconia, l’andamento del disturbo non è solo correlato agli eventi della vita che possono solo influire. Alla base esiste un dato biologico di vulnerabilità. Questo ragazzo non accettava di essere una persona affetta da un disturbo depressivo e soprattutto non voleva assolutamente assumere farmaci. Quando un terzo episodio si è ripresentato ha cercato di risolverlo licenziandosi dal vecchio lavoro per uno nuovo e ha messo in discussione anche la relazione con la fidanzata. Visto che la malattia imperterrita continuava a tormentarlo ha programmato e eseguito il suicidio.
Sempre in questi giorni ho visitato, portata dal marito preoccupato, una signora di 52 anni all’inizio della menopausa che pur depressa rifiuta le terapia farmacologiche; i tanto vituperati “psicofarmaci”. Non dorme, ha risvegli continui con incubi, è dimagrita vistosamente, rimane sempre chiusa in casa pensando di non essere più in grado di fare il lavoro di dirigente d’azienda che svolgeva, appare indecisa su tutto e riferisce senso di vuoto, perdita di interesse e piacere per ciò che la circonda. Anche il nipotino di 4 anni che prima la allietava appare un fastidioso estraneo.
Ho raccontato sinteticamente questi due casi per introdurre una riflessione sulla demonizzazione dei farmaci psichiatrici avvenuta negli ultimi anni attraverso i mezzi di comunicazione. In svariati forum vengono osteggiati come “veleni” che determinano dipendenza e stravolgono la mente. Più o meno improvvisati denigratori affermano che bisogna farcela da soli e che esistono innumerevoli rimedi per affrontare la depressione. Tutti naturali, tutti innocui, tutti facili e alla portata di tutte le tasche. Dietro a questi atteggiamenti manichei esistono interessi economici di chi vuole vendere integratori, corsi, trattamenti più o meno validati. Naturalmente esistono anche tante persone in buona fede che in base alla propria esperienza personale, senza rendersi conto che non è esportabile a tutti, spiegano come fare a “saltarci fuori”.
Lavoro come ho detto da tanto tempo in campo psicologico psichiatrico per cui posso affermare che la depressione è una malattia molto complessa. Colpisce grosso modo il dieci per cento della popolazione nel corso della vita. Di questi dieci circa due presentano una forma molto grave caratterizzata da melanconia e pensieri suicidi. Come tutte le malattie l’intervento precoce è fondamentale per cui se ci si attiva in poche settimane dai primi sintomi ci sono risultati ottimi. Possiamo affermare che l’80 per cento avrà un netto miglioramento in poche settimane e il restante 20 per cento un miglioramento parziale.
Due sono i presidi a nostra disposizione: i farmaci per due o tre mesi per stabilizzare lo stato emotivo e togliere i malesseri fisici (insonnia, dimagramento, astenia) e la psicoterapia. L’ideale è che il paziente inizi una terapia farmacologica e contemporaneamente un percorso di psicoterapia settimanale. La psicoterapia sarà essenziale per permettere la sospensione dei farmaci e per evitare in futuro nuovi episodi di depressione o almeno mitigarne l’impatto. Naturalmente l’approccio deve essere individuale e queste brevi righe in cui ho condensato il problema non possono andare bene per tutte le persone.
Rimane però l’esperienza che l’accettazione della necessità di doversi sottoporre a una cura e la fiducia nei sanitari sia fondamentale. La demonizzazione degli psicofarmaci con la paure che provocano nelle persone è sicuramente un elemento deleterio che porta a delle tragedie. Non solo i suicidi ma anche persone che per cercare di stare meglio si licenziano (per poi eventualmente pentirsene), lasciano la famiglia o gli affetti, vendono aziende o abitazioni senza rendersi conto di non essere in quel frangente in grado di prendere una decisione.
Negli anni ci sono state varie fasi nell’opinione pubblica rispetto alle terapie psicologico-psichiatriche. Cinquanta anni orsono quando ero un giovane studente le persone avevano timore di dire di essere malate. Quando iniziai il lavoro avevo appositamente acquistato uno studio con due porte: dalla sala d’attesa si accedeva allo studio mentre si usciva da un’altra porta per cui i pazienti avevano una privacy totale. Negli anni Novanta finalmente pareva che lo “stigma sociale” verso la depressione fosse superato. Personaggi famosi dell’epoca parlarono di salute mentale e risultò chiaro che anche persone molto intelligenti e con risultati lavorativi eccellenti possono soffrire di un disturbo depressivo.
Questo periodo è stato spazzato via da un nuovo oscurantismo dopo il Covid. Molti dopo la pandemia paiono non fidarsi più dei medici e delle medicine. Il retropensiero che i farmaci servano più alle case farmaceutiche, per rendere dipendenti i pazienti e lucrare, piuttosto che a loro per migliorare è divenuto di dominio comune.
Ho lottato per 40 anni contro le malattie psicologico psichiatriche. Lavoro in collaborazione con un gruppo di colleghi alcuni medici e molti psicologi. Nel nostro gruppo di lavoro usiamo i farmaci solo se strettamente necessari e per periodi limitati in base alle esigenze di ogni persona associando un percorso psicologico. Ho provato anche a scrivere libri divulgativi per affrontare alcuni problemi e introdurre nei lettori la capacità di autovalutazione e di miglior comprensione delle opportunità di cura. Questa ondata di oscurantismo antiscientifico contro le terapie, i medici e gli psicologi mi fa soffrire. Per questo lancio questo “messaggio in bottiglia” pur sapendo che ci sono mille risvolti del problema non trattati o possibilità di ricevere denigrazioni e critiche.
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