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Crac Ueno Bank, Peña in stato di accusa: il presidente del Paraguay era socio dei gruppi che controllavano la banca

Lo si accusa di complicità e omissione di controllo per aver nominato Carlos Carvallo, ex presidente di Ueno, alla guida della Banca centrale del Paraguay. Fondi statali e investitori restano scoperti
Crac Ueno Bank, Peña in stato di accusa: il presidente del Paraguay era socio dei gruppi che controllavano la banca
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La transizione può attendere. Dopo il crac alla Ueno Bank – che vede congelati 2,9 milioni di conti correnti – le Camere avviano la procedura di impeachment contro il presidente del Paraguay, Santiago Peña, convocato alle 10 ora locale (le 14 in Italia) presso il Tribunale legislativo. Decisione bipartisan, votata anche dalla sua formazione politica, Partido colorado. Le opposizioni rifiutavano “categoricamente” le dimissioni del presidente, come affermato dalla senatrice Yolanda Paredes, che chiedeva di “chiarire la sua vicenda giuridica”. Peña è stato messo in stato d’accusa per “cattiva condotta nell’esercizio del suo mandato”. È indagato per conflitto d’interessi, poiché nei primi 19 mesi di mandato risultava socio commerciale di Ueno Holding e Grupo Vásquez, entità che controllano Ueno Bank, e per il massiccio dirottamento di 850 milioni di dollari in fondi pubblici presso l’Istituto bancario nel corso del suo mandato. Lo si accusa anche di complicità e omissione di controllo per aver nominato Carlos Carvallo, ex presidente di Ueno, alla guida della Banca centrale del Paraguay. Preso atto dell’impeachment, Peña – che risulta anche indagato dalla Procura locale – sostiene: “Mi presenterò ed eserciterò il mio diritto alla difesa”. E si dice disposto a “una piena collaborazione” con la giustizia. Alcibiades González Valle, avvocato costituzionalista, spiega a Ilfattoquotidiano.it che, attraverso le dimissioni, Peña avrebbe ottenuto “immunità parlamentare”, poiché “sarebbe diventato senatore a vita”, come previsto dall’articolo 189 della Costituzione paraguaiana. González osserva che, “una volta avviato l’impeachment non si può più procedere alla rinuncia”.

La rabbia delle piazze

Anche i manifestanti, scesi in piazza da martedì e giunti anche alle porte del Congresso, in via Río Jejui, chiedevano la messa in stato d’accusa del presidente. “Noi non vogliamo che vengano accolte le sue dimissioni, altrimenti lui (Peña, ndr) resterebbe blindato come senatore a vita”, ha denunciato la dirigente sindacale Maria Silva Invernizzi. “Che il processo vada avanti, perché Peña perda la sua immunità”, ha esclamato Adolfo Villalba, tra i manifestanti. Concluso l’impeachment, il governo di transizione potrebbe essere affidato al vicepresidente Pedro Alliana, che il Partido colorado ha risparmiato dall’impeachment. La piazza però resta contraria e rivendica: “Que se vayan todos!”. In fondo, per i manifestanti il crac dell’istituto di credito è “l’ennesimo assalto contro cittadini onesti e lavoratori, gente i cui piccoli risparmi sono il frutto di anni di lavoro”, osserva l’attivista sociale Belarmino Balbuena.

Prestiti incrociati e bilanci truccati

La crisi della Ueno Bank colpisce il 60% della popolazione adulta paraguaiana, che affidava risparmi, pensioni e stipendi all’Istituto bancario, già secondo depositario i fondi pubblici statali. E la sua crisi – tra carte bloccate, app fuori uso e prelievi interrotti – è conseguenza diretta di uno schema di prestiti incrociati e bilanci truccati. Secondo gli inquirenti, i prestiti incrociati sarebbero finiti in società legate al Grupo Vásquez, appartenente a Federico Miguel Vásquez Villasanti, italo discendente, che a sua volta deteneva il 75,94% di Ueno Bank e il 94,02% dei diritti di voto. Ma a un certo punto il denaro era finito, intaccando anche la soglia minima di sicurezza – 500 milioni di dollari – presso la Banca centrale. “Hanno prelevato 70 milioni, che non sono più tornati indietro”, riferiscono fonti della Soprintendenza bancaria paraguaiana, che alle 3 di martedì ha preso il controllo di Ueno Bank. Nelle stesse ore sono scattate le perquisizione Vásquez onde evitare la sua fuga o l’eventuale distruzione di prove utili a fini giudiziari. Il banchiere è stato portato in cella, presso il Penitenziario nazionale di Tacumbù, e il suo arresto è stato convalidato giovedì. Detenuti anche altri sette direttivi della banca, tra cui Juan Manuel Cardoni e Julio Daniel Rey Fernández. I loro beni sono soggetti a un embargo da 70 milioni di dollari. Gli imputati sono 27 in totale, compresi azionisti e rappresentanti delle società vincolate ai prestiti incrociati.

La crisi colpisce i più fragili

Nel frattempo, il presidente della Banca centrale assicura: “Sono garantiti i depositi e i trattamenti pensionistici”. A coprirli è il Fondo di garanzia che assicura fino al 97% dei correntisti (circa 38 miliardi di dollari). In realtà, il grosso dei depositi, oltre il 60%, si concentra nel 3% dei conti rimasto scoperto, secondo Moody’s: circa 1 miliardo di dollari affidati a Ueno bank da organi dello Stato, tra cui l’Istituto di previdenza sociale e il Ministero dell’Economia, e ulteriori fondi riconducibili a imprese, investitori e altri enti. Per Moody’s la situazione è “gestibile” a livello finanziario, ma le ricadute del crac si ripercuotono direttamente sulla popolazione: “A noi Ueno ha abilitato un prestito per la prima casa, mai sborsato però”, denuncia Nadia González, madre di tre figli, “ora non sappiamo dove vivere”. Colpiti anche i malati. “Dovevo ritirare i miei ultimi risparmi per le spese mediche – ha detto Ingrid Bustamante, dializzata -, ma non è stato possibile. È tutto bloccato, anche la salute”.

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