Le proteste dei giorni scorsi sono una bella risposta a chi tenta di criminalizzare anche il dissenso
Nei giorni scorsi abbiamo assistito a scioperi, proteste, cortei, manifestazioni in tutto il Paese. Al sud, dove insieme hanno manifestato, scioperato e lottato, studenti, operai, agricoltori, autotrasportatori, sindacati di base, centri sociali, comitati, associazioni, movimenti, le contestazioni, le rivendicazioni e le lotte per i diritti sono state molto partecipate, dure ma pacifiche.
Nessuna violenza. Solo tanta rabbia, indignazione, insofferenza verso un potere sempre più indegno. Al nord invece ci sono state proteste importanti, con piattaforme di rivendicazioni altrettanto condivisibili, ma anche delle violenze di una parte non residuale dei manifestanti e cariche violente delle forze di polizia con una gestione verticistica dell’ordine pubblico francamente inadeguata.
Fin qui dinamiche di piazza, conflitto sociale, lotta politica, scontri tra manifestanti e forze di polizia. Poi sono scattati, da ultimo a Milano, degli “arnesi giudiziari” che destano non poca preoccupazione. Polizia giudiziaria prima e ufficio del pubblico ministero dopo hanno proceduto al fermo di indiziato di delitto prima e poi alla richiesta di applicazione di misura cautelare in carcere del giovane Youssef Siher per il reato di istigazione a delinquere aggravato dalla finalità di terrorismo.
Il giudice per le indagini preliminari presso il tribunale di Milano non ha poi, correttamente a mio avviso, né convalidato il fermo né emesso ordinanza custodiale ritenendo insussistenti i gravi indizi di colpevolezza.
Il quadro indiziario che ha portato polizia giudiziaria e pubblico ministero a disporre il fermo del giovane sono state soprattutto le parole utilizzate dall’indiziato/indagato sui social e in particolare nel costituito canale Telegram con la formazione del movimento/gruppo 17 ottobre. Parole, commenti, espressioni, ragionamenti, incitazioni, chiamate alla lotta, che delineano libertà di espressione e di manifestazione del pensiero.
Condivisibili o meno, giuste o deprecabili, non è questo il punto. Certo, se seguiamo il ragionamento del ministro della giustizia Nordio c’è da comprendere come siamo ormai in uno stato oscurantista e autoritario quando arriva ad affermare che pensare può essere reato. Se il ragionamento lo fa un ministro/magistrato autoritario e non certo autorevole, poco importa, ne abbiamo viste tante nelle politiche di palazzo.
Preoccupa invece di più il fermo e la richiesta di applicazione di ordinanza di custodia cautelare in carcere della procura della repubblica di Milano per reati che debbono essere utilizzati con estrema cautela e con fortissimo rigore costituzionale, soprattutto in un momento così drammatico di crisi della democrazia e dello stato di diritto.
La criminalizzazione del dissenso è un delitto. Il pensiero non si può processare, la lotta non si può arrestare, la Costituzione non può essere aggirata, i reati associativi, soprattutto quelli di sovversione e di terrorismo, si debbono contestare in presenza di condotte molto precise che non possono essere assimilate alla libera manifestazione del pensiero, al dissenso, alla contestazione, alla lotta per la costruzione di un mondo migliore e per attuare i diritti costituzionali.
Poi la violenza io la condanno, per mia cultura da sempre, sfasciare una vetrina è senza dubbio un reato, mi chiedo però come mai non si processano le inaudite violenze istituzionali che hanno ridotto a brandelli la nostra Costituzione. E in questo paese quando qualcuno, nelle piazze o nelle istituzioni, nella politica o con le parole, cerca di contrastare gli abusi del potere, colpire democraticamente il sistema, il sistema reagisce con inaudita criminale violenza istituzionale.
Quale violenza è più deprecabile? Quella dell’oppresso o quella dell’oppressore? La violenza del potere è più grave della violenza delle vittime degli abusi del potere. Il Sud ecco che ha dato una bella risposta. Uniamo in modo pacifico le lotte per i diritti costituzionali e contro gli abusi del potere, facciamolo in modo pacifico e non violento, prendiamoci i diritti, liberiamo le istituzioni da usurpatori e malfattori e non facciamoci mettere gli uni contro gli altri: l’obiettivo è attuare la Costituzione contro il sistema che è nemico della Costituzione.