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Trento, la “bomba-piombo” non ferma i lavori della ferrovia. RFI: “Sistemeremo solo l’area del cantiere”. Gli esperti: “Nessuna bonifica, rischio diffusione metalli pesanti”

Gli interventi nelle aree Sloi e Carbochimica. L'epidemiologo Piffer: “Non ci sono studi sulle conseguenze di un'opera come questa. E' come lanciare un ordigno atomico per capire soltanto dopo che effetto farà"
Trento, la “bomba-piombo” non ferma i lavori della ferrovia. RFI: “Sistemeremo solo l’area del cantiere”. Gli esperti: “Nessuna bonifica, rischio diffusione metalli pesanti”
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Lavori in corso. A Trento i cantieri per la realizzazione del bypass ferroviario vanno avanti. Ma sulla bonifica delle aree Sloi e Carbochimica non si è ancora deciso nulla. Se mai sarà davvero realizzata. Mentre gli epidemiologi avvertono che i lavori per il treno potrebbero ‘risvegliare’ il ‘mostro sepolto’ cioè le centinaia di tonnellate di piombo e idrocarburi policiclici aromatici che giacciono sottoterra da decenni nella zona di Trento Nord.

La notizia arriva da RFI che ha risposto alle domande del Fatto: “Attualmente sono in corso di realizzazione le cosiddette opere di parte A (imbocco nord e sud delle gallerie) e le cosiddette opere propedeutiche di parte B (cantierizzazione e bonifica ordigni esplosivi)”, cioè l’area dove sorgevano Sloi e Carbochimica. “La data di avvio dei lavori di Parte B sarà determinata a seguito dell’approvazione del progetto esecutivo”. Un via libera che pare quasi scontato.

Insomma, appunto, i lavori stanno procedendo. Mentre sulla bonifica dell’intera area nulla è stato deciso. “Si procede, per così dire, all’incontrario“, attacca Elio Bonfanti del Comitato No-Bypass che da anni denuncia i rischi del progetto, “Prima si realizza la grande opera su un terreno contaminato. E soltanto dopo, magari, si bonificherà l’area interessata dalla grande opera”.

Ma andiamo con ordine: parliamo dei lavori per la linea ferroviaria del Brennero, quella ricompresa nel famoso corridoio Monaco-Verona. Soltanto al Brennero – il Fatto ne ha scritto pochi giorni fa – il progetto prevede un tunnel di quasi 60 km per un costo ormai esploso a 11,7 miliardi e tempi che rischiano di arrivare almeno al 2034 (sette anni dopo la scadenza prevista), senza contare le incognite legate al tratto in Germania che rischia di arrivare nel 2043. Trentasei anni dopo l’inizio dei lavori.

Ma per dare un senso alla linea, dicono i progettisti, occorre completare il bypass di Trento. E sono altri 1,43 miliardi – questa l’ultima cifra comunicata ieri da RFI salvo ritocchi con il progetto esecutivo – per un tunnel di oltre 10 km e, appunto, il bypass ferroviario in città.

Qui si inserisce la nostra storia: la parte A, cui fa riferimento RFI, è quella esterna alla città, che ha suscitato meno polemiche. E infatti i lavori procedono a marce forzate. Poi c’è la parte B che, però, dovrebbe lambire e, in un tratto, attraversare un Sin, cioè uno dei 42 Siti di Interesse Nazionale, le aree più inquinate d’Italia.

Tanto che la Procura e i Noe dei carabinieri di Trento hanno compiuto due sequestri nell’area, per complessivi 8 ettari, e le indagini per reati ambientali sono ancora in corso.

Ed ecco la novità che RFI mette nero su bianco: i lavori vanno avanti. Niente di illecito, il sequestro non lo vieta. “Ma è sorprendente scoprire che i cantieri procedono. Sia nel tratto precedente che, per attività propedeutiche, in quello che attraversa la zona inquinata“, prosegue Bonfanti. Aggiunge: “Il rischio appare chiaro: una volta eseguiti i lavori, una volta spesi miliardi, sarà impossibile tornare indietro. Difficile ipotizzare che, a quel punto, qualcuno voglia vanificare anni di lavoro e cacciare al vento miliardi già spesi”. Perché, senza il tratto di Trento, l’intero corridoio Monaco-Verona si troverebbe davanti a una strozzatura.

La linea sarà ultimata anche se non sarà affrontato il nodo che tanto preoccupa i cittadini del Trentino: la bonifica dell’area Sloi-Carbochica.

Pochi al di fuori di Trento conoscono questa storia. Siamo nella città che anche nel 2026 ha raggiunto il primo posto nella classifica italiana per la qualità della vita. Tra le voci che hanno contribuito ancora una volta (è la terza in trentasei anni) al successo c’è l’ambiente”. Vero, basta guardarsi intorno: il monte Bondone, i boschi. Poi il centro storico così curato, vivo, l’università con i giovani che affollano le strade. E il nuovo Muse, il museo progettato da Renzo Piano.

Trento è un’isola felice. Eppure ad appena un paio di chilometri dal duomo e dal Castello del Buonconsiglio, simbolo della città, c’è un buco nero. Nero di piombo.

“Il mostro addormentato”, lo chiamano in città. E adesso i cantieri per la nuova linea ferroviaria rischiano di risvegliarlo.

Pochi lo sanno. A Trento Nord, ormai circondato da case, scuole e uffici, c’è un Sin (Sito di Interesse Nazionale), uno dei 42 luoghi da bonificare più inquinati d’Italia. Qui giacciono sepolte centinaia di tonnellate di piombo, di idrocarduri policiclici aromatici. Cancerogeni e neurotossici che possono contaminare l’aria e l’acqua. Stanno lì da decenni, ma ora, appunto, molti in città temono che questa bomba ecologica possa esplodere. La causa: i cantieri per la linea ferroviaria veloce, quella che porta al Brennero, per intenderci. A realizzarli ci sono Rfi e Tridentum, un raggruppamento di imprese guidato da Webuild (che detiene il 55 per cento delle quote). Già, perché le ruspe e le talpe dovranno scavare dentro e accanto a quel sito dove si trovano enormi quantità di inquinanti. Sostanze lasciate a ‘dormire’ da decenni, mentre intorno cresceva la città. Accanto a falde acquifere, a pochi metri anche dal fiume Adige.

Parliamo, tanto per cominciare, delle aree Sloi e Carbochimica. Sloi è un nome che solo a pronunciarlo a Trento suscita timore. Era una fabbrica che dal 1940 al 1978 ha prodotto piombo tetraetile, il micidiale additivo delle vecchie benzine. Carbochimica, invece, era specializzata nella distillazione del catrame di carbonfossile. Erano altri tempi, vero, lo sviluppo veniva prima di tutto, anche della salute. Si produceva e i residui si cacciavano nel terreno. Ma nel 1978 a Trento, pochi fuori città se lo ricordano, ci fu un incendio alla Sloi, si rischiò una catastrofe. Durante un terribile temporale ci fu un allagamento; i fusti di soda mal sigillati furono raggiunti dall’acqua che provocò una reazione devastante e un incendio con fiamme a 1.200 gradi. Ci fu anche una nube tossica che raggiunse diversi quartieri. Ma per miracolo le fiamme non raggiunsero anche il deposito di piombo perché in quel caso sarebbero stati sprigionati vapori letali che avrebbe coperto tutta Trento. Fu un allarme, una lezione: così si decise di fermare le attività. Anche Carbochimica cessò la lavorazione.

Silvano Piffer era il direttore del servizio di Epidemiologia della Asl di Trento e ha fatto parte dell’équipe di esperti che ha realizzato lo studio SENTIERI relativo a Sloi e Carbochimica. L’unica analisi che finora abbia fornito dati, seppur parziali, sull’impatto del Sin sulla salute degli abitanti. Certo, come ha sottolineato l’epidemiologo Paolo Bortolotti – coordinatore della Commissione Ambiente dell’Ordine dei Medici di Trento – servirebbe un biomonitoraggio completo sull’impatto per la salute dei siti inquinati. Uno studio che metta a confronto gli abitanti delle aree interessate con quelle di comuni indenni. Ma finora nulla in questo senso è stato fatto. Nonostante siano passati decenni.

Piffer oggi non è per nulla tranquillo per quello che sta succedendo: “Il problema di Trento è vecchio di decenni e non è mai stato affrontato in maniera seria. Siamo di fronte a un inquinamento da piombo che non ha uguali in Italia e forse nemmeno in Europa. Nessuno può dire, perché non esistono studi, quali possono essere le conseguenze di un cantiere che smuove tutta quella quantità di inquinanti presenti nell’area dello stabilimento e anche al suo esterno”. Piffer, dopo aver lasciato il suo lavoro, ha realizzato insieme con altri colleghi altri due studi sugli effetti degli inquinanti nell’area Sloi sugli abitanti e i lavoratori. Cosa è emerso? “Confrontando i dati dei ricoveri e della mortalità dei lavoratori Sloi e di abitanti di comuni della Provincia di Trento indenni dall’inquinamento da piombo emerge un eccesso di mortalità del 30 per cento tra chi lavorava nella fabbrica. Non solo: i ricoveri per disturbi neuropsichiatrici erano superiori del 300 per cento”. E ci sono altre incognite: “Il piombo in dosi basse ma continuative provoca rilevanti problemi di neurosviluppo e di disturbi neurodegenerativi nei bambini. Ma non ci sono ricerche sui figli degli operai della Sloi”. Ancora: “Bisogna capire se la contaminazione riguarda soltanto le aree comprese negli ex stabilimenti o anche quelle vicine“.

Già, era davvero drammatica la situazione nello stabilimento. Per rendersene conto vanno letti i diari dei medici della fabbrica tra gli anni Sessanta e Settanta: “Molti operai tacciono i disturbi per timore di conseguenze economiche”, scrive un sanitario.

Queste erano Sloi e Carbochimica dove hanno lavorato nei decenni migliaia di persone, per tacere della popolazione che ci viveva accanto.

Oggi l’eredità di quelle lavorazioni è sottoterra.

Ed ecco che arriviamo ai tre studi, che il cronista ha potuto consultare, dove vengono messe in evidenza le incognite – per i residenti e i lavoratori addetti all’opera – legate alla realizzazione dell’opera. A presentarli Inail (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro), Appa (Agenzia Provinciale per la Protezione dell’Ambiente) di Trento e Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientali). Cioè le autorità che si occupano dell’ambiente e della tutela dei lavoratori e della situazione geologica. Scrive Inail: “La modellazione idrogeologica ha evidenziato un effetto diga generato dalle opere in progetto, per l’introduzione di diaframmi in calcestruzzo… in grado di potenziare la liscivazione dei contaminanti dal suolo alla falda e la loro dispersione”. E ancora: “Gli esiti per lo scenario post operam – cioè dopo la realizzazione, ndr – indicano un rischio non accettabile per Alifatici C9-C12 e per Naftalene… per la sorgente falda (estesa a tutto il sito) emerge un rischio non accettabile per piombo tetraetile”. I documenti mettono in evidenzia un altro problema: “Per l’area ex Sloi non esiste un progetto di bonifica dei suoli, né una analisi di rischio approvata. Per quanto riguarda le acque sotterranee allo stato attuale è in valutazione un progetto del ministero”. Non basta: “In generale andrà specificato anche il rapporto tra alcune opere e le porzioni di territorio ex Carbochimica non ancora bonificate… occorre sottolineare che rimangono tuttora alcuni terreni contaminati… alla luce di questa complessa stratigrafia ambientale, i documenti non esplicitano come si intenda gestire, dal punto di vista tecnico e della sicurezza, l’interferenza fisica e strutturale”. Infine: “Dagli elaborati progettuali non emergono indicazioni chiare sulle modalità di risoluzione dell’interferenza tra l’opera” e un canale esistente.

Lo studio Appa si conclude con una richiesta di chiarimenti e integrazioni ai progettisti dell’opera su ben 25 punti, relativi a “interferenze con la falda di Trento Nord, con l’area ex Sloi, l’area ex Carboceramica e la barriera idraulica e le rogge demaniali”.

RFI assicura: “Le modalità di intervento sono state studiate con l’obiettivo di non aggravare le condizioni ambientali esistenti e di assicurare la messa in sicurezza delle aree interessate dai lavori”.

I comitati, visti anche i pareri di enti ed epidemiologi, sono tutt’altro che sereni. “Ma soprattutto speravano in una risoluzione del problema che affligge la città, non semplicemente in un intervento che, nella migliore delle ipotesi si limiti ‘a non aggravare’ la situazione esistente. Addio bonifica”, spiega Angelo Rigotti (M5S).

Ma non c’è soltanto la ferrovia. Racconta ancora Bonfanti: “Trento Nord era ai margini della città. Ora quell’area ormai fa parte del centro abitato. Spazi che erano ormai considerati ‘perduti’ ora fanno gola a molti che sperano di poter edificare: c’è un progetto – proprio accanto alle aree Sin – per realizzare tre torri alte quasi ottanta metri oltre a uffici e abitazioni. Ci andrebbero a vivere 700 persone. Proprio accanto ai cantieri”. E’ la zona chiamata Sequenza, di proprietà di una società che fa capo al gruppo Podini (quello dei supermercati Md).

Insomma, come accade spesso in Italia, si è deciso di procedere un po’ al contrario: “Prima i lavori ferroviari e la bonifica limitata alla porzione intorno ai cantieri”, sostiene Rigotti, “Con il rischio, come dicono gli enti preposti nonché gli epidemiologi, di ‘risvegliare‘ il mostro addormentato. Poi la realizzazione di interi nuovi cantieri nelle aree circostanti”.

La bonifica arriverà dopo. Forse. Chissà.

Le parole di RFI lo confermano: “Ad oggi il valore dell’intervento, come riportato nel Contratto di Programma Investimenti, è di circa 1,43 miliardi di euro” e sarà aggiornato con il progetto esecutivo. Ma gli interventi di bonifica, che è il punto chiave, riguarderanno l’intera area? “Gli interventi di bonifica previsti nell’ambito dell’appalto riguardano esclusivamente le aree contaminate interessate dalle opere definitive in progetto”.

E’, in fondo, quello che aveva dichiarato il sindaco Franco Ianeselli (centrosinistra) al Fatto: “Io spero che la costruzione delle linea porti a una riqualificazione. Quindi sì alla ferrovia, ma subito dopo cerchiamo di avviare anche la bonifica”. Una sorta di capovolgimento, appunto, di quanto chiedono i comitati.

La conclusione è dell’epidemiologo Piffer: “Non ci sono studi sulle conseguenze di un intervento come questo. Come lanciare una bomba atomica per capire soltanto dopo che effetto farà. Prima si fanno i lavori e poi si scopriranno le conseguenze. Colpisce che a Trento, a parte i comitati, nessuno sembri interessarsi di quello che succede. Si va avanti e poi si vedrà. Quando potrebbe essere tardi”.

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