Perché alzare il secondo scaglione Irpef a 55mila euro non significa alleviare il carico fiscale sul ceto medio
In quest’ultima legge di bilancio, anche se non ci sono i soldi, la generalessa Meloni e i suoi ufficiali di comando non hanno rinunciato alla crociata pluriennale contro un fisco equo e sostenibile, cioè la nostra Irpef. Stavolta il fronte bellico, fiscalmente parlando, è duplice, con l’innalzamento a 55.000 euro del secondo scaglione dell’Irpef e a 100.000 euro del reddito degli autonomi in regime di privilegio fiscale. Oggi ci soffermiamo sul primo fronte, perché il secondo merita un esame a parte.
La premier Meloni ha detto più volte di essere molto favorevole alla proposta, originariamente di Forza Italia, di alzare il tetto del secondo scaglione dell’Irpef che avrebbe dovuto arrivare ai 60.000 euro, proposta prima accantonata e poi ridimensionata a 55.000 euro. Il costo per lo stato è 1,5 miliardi e il risparmio annuale di circa 500 euro, facendo così contenti quei tre milioni di contribuenti, su 41 che dichiarano l’Irpef, che in Italia hanno un reddito superiore a quella cifra.
La questione ha due aspetti su cui ho riflettuto, da studioso e da contribuente. La prima riguarda il tema della giustizia redistributiva. Quest’ennesima riduzione dell’Irpef è venduta come una proposta per alleviare il carico fiscale sul ceto medio, ma così non è. A questo proposito occorre precisare che cosa si intenda per ceto medio da un punto di vista economico.
Secondo la definizione dell’Ocse il reddito del ceto medio è compreso tra il 75% e il 200% del reddito mediano nazionale. Poiché in Italia questo vale circa 20.000 euro lordi, ecco che la soglia limite superiore è di 60.000 euro. In definitiva, stanno dentro al ceto medio coloro che guadagnano tra i 15.000 e i 60.000 euro, una forbice piuttosto larga. Comunque, di sicuro, non appartengono al ceto medio quei contribuenti, bravi e fortunati (circa 750.000), che guadagnano più di 100.000 euro e che riceveranno questo nuovo bonus Irpef, visto che lo sconto si applicherà anche a loro.
Un caso notevole di redistribuzione inversa: si toglie a tutti per dare a chi ha di più. Diciamo che il cosiddetto ceto medio c’entra proprio poco.
Il secondo aspetto, più preoccupante, è quello delle risorse. La misura ha un suo costo, soldi che attualmente non ci sono nel bilancio pubblico. Per recuperare le somme necessarie la premier ha due vie. La prima è quella di aumentare il debito pubblico, ma lo sta sta già facendo per comprare armi con deroga europea. Date le regole del terzo Patto di Stabilità dal suo governo sottoscritto, utilizzare ulteriormente il disavanzo non è possibile.
Allora bisognerà ricorrere ai soliti tagli alla spesa. A chi toccherà stavolta? Alla sanità, con l’insufficiente adeguamento delle risorse, alla scuola, agli enti locali sempre bastonati, alle forze di polizia che fanno fatica a fare il pieno per le auto, ai pubblici dipendenti con contratti non rapportati all’inflazione e così via. Insomma, i costi, palesi e occulti, verranno riversati abbondantemente sui cittadini che prima o poi cominceranno a protestare, e a ragione, come la Francia sta insegnando.
L’idea che la riduzione generalizzata delle tasse ci faccia stare meglio, sia che parliamo di ceto basso, ceto medio o ceto alto, è una menzogna che oramai non sta in piedi. L’esperienza, per chi ha un minimo di senso di realtà, dimostra il contrario. Si sta meglio, vedi ad esempio il caso Danimarca, dove le tasse sono elevate perché la qualità della vita dipende sempre di più dai beni collettivi, non da quello che possiamo comprare individualmente al mercato.
In effetti, nell’unico paese a capitalismo avanzato in cui le tasse sono decisamente basse, gli Usa, la gente non sta meglio, almeno una vasta fascia di persone, parecchie decine di milioni, che non ha i soldi per curarsi e campa con i buoni pasto.
Ragionando in questo modo, mi sono convinto che, anche se Meloni mi ridurrà un pochino l’Irpef, non sarà per me un buon affare come cittadino razionale. Intanto, non voglio ridurre le tasse a chi ha redditi multipli del mio. Perché dovremmo fare questo regalino a chi sta molto bene? In secondo luogo, di questo passo aumenterà la mia spesa personale per servizi che prima erano abbordabili (abbonamento del tram e simili), oppure semplicemente non ci saranno più, come nella sanità, che segue ormai la deriva di una costosa privatizzazione. Insomma, come si insegna agli studenti, non ci sono pasti gratis, e nemmeno la riduzione delle tasse lo è.
Il fatto che la Presidente del Consiglio si sia dichiarata ampiamente favorevole a questo nuovo taglio dell’Irpef ci propone un’amara riflessione sul suo stile di governo. Una leader politica di razza, di destra o di sinistra, avrebbe soffocato sul nascere le proposte economiche sbagliate e decisamente demagogiche sull’Irpef, non lasciando solo il povero don Abbondio, alias il ministro del Mef, circondato da fin troppi bravacci che lo tirano, a ogni legge di bilancio, da tutte le parti.
Lei, da mediocre e ambiziosa politicante, ha semplicemente seguito l’aria che tira. Ne è uscita l’ennesima proposta barocca che invece di portarci verso un fisco più semplice e più equo sta andando nella direzione opposta di una tassazione astrusa e partigiana, decisamente a favore delle cerchie amicali, elettoralmente parlando. E’ necessario, da cittadini, opporsi vigorosamente a tutti coloro che vogliono seppellire l’art. 53 della nostra Costituzione, almeno fino a che non viene eliminato.