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L’Italia firma con altri 8 Paesi il proprio sostegno alla Cpi dopo le sanzioni di Washington. Ma in Parlamento la maggioranza evita il voto contro Trump

Martedì l’aula della Camera doveva votare una proposta di legge del centrosinistra che impegna il governo a criticare duramente le sanzioni Usa alla Corte. A urne aperte in Israele, la maggioranza ha fatto rimandare il voto dicendo di “non essere pronta” e di non voler creare “ricadute” sullo scenario internazionale
L’Italia firma con altri 8 Paesi il proprio sostegno alla Cpi dopo le sanzioni di Washington. Ma in Parlamento la maggioranza evita il voto contro Trump
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Il governo italiano ha aderito a una dichiarazione congiunta siglata da otto Paesi (tra cui Francia, Germania, Regno Unito, Canada e Giappone) per ribadire il proprio sostegno alla Corte Penale Internazionale e contestare le misure restrittive decise da Washington a ottobre, quando l’amministrazione Trump ha annunciato sanzioni alla Cpi nelle stesse ore dell’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 a Navanethem Navi Pillay, giurista sudafricana già giudice della medesima Corte e Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani. Ma Giorgia Meloni in prima persona ha evitato di condannare fermamente la scelta. Tanto è vero che adesso che si tratta di votare in Parlamento, il centrodestra si muove tra l’ambiguità e il rinvio.

Martedì l’aula della Camera doveva votare una proposta di legge del centrosinistra, sottoscritta dal campo larghissimo (Pd-M5S-Avs-Italia viva e più Europa) ma non se n’è fatto nulla. Il testo si riferiva sia alle sanzioni dello scorso ottobre, sia al fatto che il 6 febbraio 2025 il presidente degli Stati Uniti emanava l’ordine esecutivo n. 14203, sulla base del quale sono state emesse sanzioni, tra gli altri, contro il procuratore capo, i due viceprocuratori e altri otto magistrati della Corte. In particolare, Washington accusava la Corte di aver “intrapreso azioni illegittime e prive di basi prendendo di mira l’America e il suo stretto alleato Israele”, riferendosi al mandato di cattura spiccato nei confronti di Benjamin Netanyahu e dell’ex Ministro della difesa, Yoav Gallant, per i crimini commessi ai danni della popolazione di Gaza, e volutamente ignorando che la Corte, contestualmente, spiccava analoghi mandati nei confronti di tre figure apicali di Hamas.

La proposta di legge del centrosinistra impegna il governo a criticare duramente questa iniziativa. In particolare “a esercitare una forte pressione in tutti i consessi europei e internazionali, oltre che nei rapporti bilaterali, affinché gli Stati Uniti rimuovano tutte le sanzioni contro la Corte penale internazionale emesse dall’Amministrazione Trump, sia quelle con l’ordine esecutivo n. 14203, sia quelle annunciate il 9 ottobre 2026”. E anche “ad adoperarsi affinché la Commissione europea proceda senza indugio all’adozione degli atti necessari a rendere applicabile alle sanzioni statunitensi contro la Corte penale internazionale lo ‘Statuto di blocco’ dell’Unione europea”.

Su questi punti il centrosinistra aveva cercato una convergenza con il centrodestra. Nulla di fatto. Non solo. Martedì, a urne aperte in Israele, la maggioranza ha fatto rimandare il voto dicendo di “non essere pronta” (ma il testo era stato presentato ad agosto) e di non voler creare “ricadute” sullo scenario internazionale. Esisteva una proposta di legge alternativa del centrodestra, ma la Lega non era intenzionata a votare neanche la generica condanna di Netanyahu. Ma l’opposizione insiste: la prossima settimana in Aula si vota l’urgenza; da vedere – a elezioni passate in Israele – cosa farà il centrodestra.

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