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I casseurs italiani non sono “compagni che sbagliano”, non sembrano nemmeno compagni

Sarebbe un gravissimo errore di prospettiva attribuirgli motivazioni politiche che vadano al di là, tutt'al più, dell'invidia sociale
I casseurs italiani non sono “compagni che sbagliano”, non sembrano nemmeno compagni
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I disordini del 17-18 ottobre a Milano, ma anche in minor misura in altre città, che ricalcano quelli francesi, sono atti delinquenziali sui quali giustamente indaga la magistratura; sono anche però un fenomeno sociale sul quale è doveroso interrogarsi, evitando il più possibile le facili generalizzazioni: l’ipotesi del disagio sociale, che tutto spiega e giustifica, contrapposta a quella del teppismo da reprimere con misure di polizia.

I fatti di vandalismo e violenza avvenuti a Milano non corrispondono a rivendicazioni sociali e ad associazioni riconoscibili; di fatto ciascuno dei partecipanti potrebbe essere mosso da motivazioni sue proprie, non condivise dai suoi compagni di scorribande, o da motivazioni vaghe e confuse, condivise forse, ma non compiutamente esprimibili. Il Post che nell’analisi dei fatti si è dimostrato un giornale particolarmente attento, ha intervistato almeno alcuni degli arrestati e dei loro avvocati e ha riportato la seguente frase sconsolante: “Pochissimi hanno saputo spiegare ai giudici per cosa si stava protestando e nessuno immaginava conseguenze così gravi”.

Attribuire a questi giovani e adolescenti le motivazioni che noi riteniamo possano spiegare gli eventi è ingenuo e spesso riflette l’interesse politico di chi sta parlando: dà modo ai politici di governo di giustificare misure repressive, e ai politici di opposizione di accusare il governo di aver trascurato i giovani, le periferie, i poveri. Anche la notizia dell’arresto di un cittadino di religione islamica accusato di aver istigato i disordini per ragioni ancora mal precisate ma forse legate a un improbabile piano di destabilizzazione dell’ordine democratico, è stata ampiamente sfruttata dalla politica, prima ancora che l’arresto fosse convalidato dalla magistratura.

Se riconoscere le vere motivazioni dei disordini è difficile, è però relativamente facile riconoscere tra le motivazioni attribuite ai casseurs quelle che sono meno plausibili. I casseurs nostrani non sono coscientemente di sinistra e non si riconoscono in nessun partito dell’arco costituzionale o in nessun sindacato; sarebbe un gravissimo errore di prospettiva attribuirgli motivazioni politiche che vadano al di là, tutt’al più, dell’invidia sociale. Come nel caso delle Brigate Rosse di mezzo secolo fa questi non sono “compagni che sbagliano”, una definizione che il PCI respinse fermamente allora, e che qualunque partito di sinistra dovrebbe respingere oggi.

In effetti non sembrano affatto “compagni”: sembrano semmai ragazzi che hanno capito poco, che pensano che con la violenza si possa ottenere qualcosa di diverso dalla repressione, e che devono essere recuperati ma che non possono essere arruolati a forza in nessun partito. Con questo non voglio negare l’esistenza del disagio sociale o della povertà: ma non c’è, per ora, alcuna analisi sociologica che identifichi una specifica classe sociale dei casseurs, i quali, ricordiamolo, hanno assalito negozi di lusso, non i panifici di manzoniana memoria.

L’emarginazione e la discriminazione sociale potrebbero forse essere una motivazione per almeno alcuni di questi ragazzi, molti dei quali, ma certamente non tutti, sono italiani di prima, seconda o terza generazione e si sentono, in molti casi con ragione, discriminati. Ma certamente questa motivazione non si applica a tutti loro e forse neppure alla maggioranza. Il presunto organizzatore dei disordini è un italiano di seconda generazione, laureato e con esperienze lavorative di tutto rilievo: è difficile considerarlo un emarginato; d’altra parte molti tra i manifestanti sono italianissimi.

Forse l’analisi più attuale è ancora quella di Pier Paolo Pasolini, l’ultimo grande intellettuale della sinistra, che aveva descritto l’influenza corruttrice del consumismo, una forza capace di creare bisogni infiniti e quindi frustrazioni continue.

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