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Dal Brasile alla Serbia, l’affluenza cambia tutto: due proposte concrete contro l’astensionismo in Italia

Vista dall’Europa e dall’Italia, dove a malapena vota un cittadino su due, l’affluenza brasiliana è comunque e sempre stratosferica
Dal Brasile alla Serbia, l’affluenza cambia tutto: due proposte concrete contro l’astensionismo in Italia
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A sorpresa Lula vince in Brasile. Tra le varie spiegazioni, l’affluenza alle urne. L’astensione del primo turno era arrivata al 21 percento circa. Su circa 159 milioni di elettori registrati, oltre 33 avevano disertato. Nel secondo turno, l’assenteismo è sceso al 19 percento. Secondo molti osservatori, la maggiore mobilitazione è stata decisiva affinché Lula ribaltasse lo svantaggio del primo turno, vincendo il ballottaggio contro Bolsonaro.

Vista dall’Europa e dall’Italia, dove a malapena vota un cittadino su due, l’affluenza brasiliana è comunque e sempre stratosferica. Non è solo entusiasmo democratico. Secondo la Costituzione brasiliana, le regole di accesso al voto sono diverse in base alla età e all’alfabetizzazione. Il voto è obbligatorio per tutti i cittadini alfabetizzati tra i 18 e i 69 anni. Facoltativo per i giovani di 16 e 17 anni, per gli anziani dai 70 anni in su e per gli analfabeti.

Chi ha l’obbligo di votare e non si presenta alle urne deve giustificare l’assenza in modo formale oppure pagare una piccola sanzione amministrativa. Se non regolarizzi la tua posizione elettorale puoi andare incontro a restrizioni burocratiche. Roba fastidiosa come l’impossibilità di rinnovare il passaporto, partecipare a concorsi pubblici, ottenere prestiti dalle banche pubbliche.

Anche nelle elezioni anticipate in Serbia l’affluenza è stata straordinariamente alta, attorno al 70 percento. Uno storico record, il più alto registrato negli ultimi 34 anni, dalla dissoluzione della Jugoslavia nel 1992. La massiccia partecipazione segnala un incremento di circa 10 punti percentuali rispetto alle elezioni del 2023, quando avevano votato poco meno del 60 percento dei cittadini. In Serbia il voto non è obbligatorio. La partecipazione alle elezioni è interamente volontaria.

Anche in Serbia l’affluenza è stata decisiva per la vittoria della Lista Studentesca, salutata dal giubilo dei governi europei, Commissione Europea in testa. Una farsesca contraddizione. Molti di questi paesi — santuari della democrazia occidentale — da un paio di anni manganellano regolarmente gli studenti, introducono nuovi reati loro dedicati e applicano leggi appositamente studiate. E li condannano a pene esemplari, come recentemente in Francia.

L’articolo 48 Costituzione Italiana definisce l’esercizio del voto come un dovere civico. La legge elettorale del 1957 stabiliva che “il voto è un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese”. Non prevedeva sanzioni penali o civili, ma chi non votava senza giustificato motivo era soggetto a una sanzione reputazionale. Il nome era esposto per un mese nell’albo comunale e il certificato di buona condotta doveva annotare per cinque anni la postilla “non ha votato”.

La riforma elettorale del 1993 cancellò definitivamente l’obbligo, assieme alle sanzioni. La moltitudine di leggi elettorali di occasione che la seguirono mai affrontò il nodo dell’astensione. L’ansia riformatrice si concentrò sempre sui marchingegni con cui rosicchiare qualche vantaggio alla propria parte politica, mai sul nodo cruciale della partecipazione.

Le grida alla partecipazione della classe politica italiana sono del tutto ipocrite. Poiché gli eletti sono in grandissima parte nominati, frutto di leggi elettorali ideate a primario scopo, la partecipazione è un elemento estraneo al sistema e l’affluenza solo una percentuale utile ad animare la maratona Mentana in attesa degli exit poll.

Ci sono solo due vie per aumentare la partecipazione dei cittadini, ridotti a consumatori di illusioni secondo l’intuizione visionaria di Guy Debord. La prima è il ritorno alla Legge elettorale del 1957 tal quale, compreso l’obbligo del voto, pur castigato da una pena che nell’Italia contemporanea fa sorridere: la sanzione reputazionale. La seconda è l’introduzione del sorteggio parziale. Perché non sorteggiare un numero di parlamentari proporzionale alla quota di astensione? Se metà degli elettori votano, metà Parlamento sarà eletto; mentre l’altra metà sarà invece sorteggiato da un ampio campione, rappresentativo della società.

Più casualità e meno antipolitica non è una ricetta irragionevole, bensì una soluzione che viene da lontano, fondata sul pensiero politico illuminista che risale a Montesquieu e Jefferson. Una soluzione moderna, irrobustita da rigorose analisi statistiche anche recenti. Nel segno di chi ha a cuore la democrazia e ne teme la deriva.

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