Il mondo FQ

Colombia, la “controrivoluzione culturale” del presidente de la Espriella colpisce il Museo Nazionale: rimosse 30 opere sul movimento femminista e Lgbtq+

Il presidente aveva dichiarato che avrebbe preso misure "contro il wokismo, uno dei più grandi mali che minacciano l'unità nazionale". Ma il Tribunale della capitale ha bloccato il provvedimento
Colombia, la “controrivoluzione culturale” del presidente de la Espriella colpisce il Museo Nazionale: rimosse 30 opere sul movimento femminista e Lgbtq+
Icona dei commenti Commenti

La battaglia culturale del presidente colombiano Abelardo de la Espriella arriva anche nei musei. Il governo ha ritirato dal Museo nazionale della Colombia a Bogotá, una delle istituzioni culturali più importanti del Paese, circa 30 opere legate alla storia dei movimenti femministi e studenteschi, alla comunità LGBTQ+ e agli Accordi di pace. Le opere sono state rimosse il 14 ottobre, poche ore dopo la visita di de la Espriella al Ministero delle Culture, delle Arti e dei Saperi: il presidente aveva dichiarato che avrebbe preso misure “contro il wokismo” nella sua “controrivoluzione culturale“. Il provvedimento è stato criticato dall’opposizione, ma anche dagli abitanti della capitale che hanno manifestato denunciando un atto di “censura“.

Come ricostruito dai media locali, le opere d’arte in questione si trovavano in tre sale del museo e comprendono almeno dieci oggetti legati alla storia dei femminismi, tra cui una copia di Nuestras Mujeres, una pubblicazione degli anni Cinquanta che sosteneva i diritti civili delle donne, e un manifesto sulle prime lotte contro la violenza di genere. Inoltre sono stati rimossi la bandiera dell’orgoglio appartenente all’attivista Elizabeth Castillo e un manifesto della campagna presidenziale di Bernardo Jaramillo Ossa, il candidato del partito Unión Patriótica assassinato nel 1990. Nella sezione del museo intitolata Memoria y Nación non si può più vedere il Balígrafo, la penna ricavata da un proiettile utilizzata per siglare gli Accordi di pace firmati con le Forze Armate Rivoluzionarie (FARC). Non ci sono più i riferimenti a Carlos Pizarro, ex comandante dell’M-19 assassinato mentre era candidato alla presidenza. Manca anche una scheda elettorale della Séptima Papeleta, l’iniziativa della società civile che aveva contribuito al processo politico culminato nella convocazione dell’Assemblea costituente e nella Costituzione del 1991.

La ministra della Cultura Paola Holguín ha difeso la misura dell’esecutivo affermando che i musei pubblici “non devono servire come strumenti di indottrinamento politico né devono diffondere versioni faziose della storia“. Oltre alle critiche dell’opposizione al governo, il provvedimento ha suscitato le reazioni dei professionisti della cultura che denunciano la mancanza di trasparenza nei criteri che sarebbero stati applicati per scegliere le opere da ritirare dal museo.

Come riportato da El Pais, l’attuale configurazione del Museo nazionale della Colombia è stata ideata per rappresentare la diversità culturale ed etnica del Paese. Dopo la Costituzione del 1991, un gruppo di curatori d’arte, storici e antropologi aveva progettato e organizzato gli spazi in modo da assegnare il giusto riconoscimento alle voci afrodiscendenti, appartenenti alle comunità indigene e meticce, così come per ricordare i momenti complessi e dolorosi della storia colombiana. Rimuovere senza apparenti criteri le opere d’arte, secondo chi sta criticando questa misura, rischia di compromettere la memoria storica e la sua complessità, mutilandola. Inoltre, qualsiasi modifica alla disposizione di una sala museale implica procedure tecniche che non sono state eseguite.

A seguito delle polemiche, il 19 ottobre il giudice César Osorio Ortiz di Bogotá è intervenuto accogliendo un ricorso contro il Ministero delle Culture. In via preliminare, ha ordinato al museo di preservare le sue opere e di astenersi dal “distruggerle, spostarle fuori dalle proprie strutture, restituirle a terzi o alterarle in qualsiasi modo”. Inoltre, ha imposto al ministero di non “rimuovere, smantellare o alterare altre opere dalle mostre in base al loro contenuto senza un precedente atto amministrativo che giustifichi tali decisioni”.

Seguendo il copione di altri presidenti della regione e dell’estrema destra globale, Abelardo de la Espriella ha definito il cosiddetto wokismo come “uno dei più grandi mali che minacciano l’unità nazionale”. Ha annunciato di volere cambiare il nome del Ministero delle Culture, delle Arti e dei Saperi in Ministero della cultura e del patrimonio: per potere modificare la denominazione, voluta dall’ex presidente Gustavo Petro per riconoscere il multiculturalismo del popolo colombiano, avrebbe bisogno dell’approvazione del Parlamento. In Argentina è successo qualcosa di simile. Milei ha ribattezzato il Centro Cultural Kirchner a Buenos Aires in Palacio Libertad. La decisione era stata motivata con la volontà di sottrarre gli spazi pubblici alle appartenenze politiche e si inserisce nella battaglia di Milei contro l’eredità del kirchnerismo, la corrente peronista legata agli ex presidenti Néstor e Cristina Kirchner.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione