Sanità, solo quattro infermieri (e nessun operatore sanitario) per 36 letti: condannato il Niguarda: “Rischi gravi per la salute dei pazienti”
Di notte erano in quattro. Trentasei posti letto, dodici dei quali ad alta intensità, e quattro infermieri a coprirli. L’operatore socio-sanitario, nel turno notturno, non c’era mai: a lavare i pazienti, rifare i letti, gestire sacche e drenaggi erano loro. Non per un’emergenza, non ogni tanto: “In modo costante e sistematico“, scrive il giudice. Siamo alla Cardiologia 1-2 del Niguarda di Milano, e questa non è la denuncia di un sindacato: è la sentenza 4493 del 2026, depositata il 30 settembre dal giudice del lavoro Luigi Pazienza, che condanna l’Azienda socio-sanitaria territoriale Grande Ospedale Metropolitano Niguarda. Nove infermieri hanno fatto causa, nove hanno vinto.
La fotografia del reparto sta a pagina 5: trentasei posti letto, dodici ad alta intensità, e “a dispetto di tale impianto strutturale” una presenza ordinaria di “circa cinque infermieri al mattino e quattro nei turni pomeridiani e notturni”. A confermarlo non è solo chi ha fatto causa, ma la responsabile organizzativa del personale del Dipartimento cardiovascolare, testimone portata in aula dall’azienda. La stessa che ha riconosciuto l’assenza dell’Oss (operatori socio-sanitari) di notte e ha dichiarato “di avere personalmente visto i ricorrenti occuparsi dell’igiene dei pazienti“.
Poi i turni. Il reparto adottava il “turno di decima“, una rotazione rigida: due mattine, due pomeriggi, riposo, due notti, due giorni di riposo. Sulla carta. Nella realtà “non veniva rispettata quasi mai“, ha testimoniato un’infermiera; un’altra ha riferito della soppressione sistematica del riposo prima delle notti. Le timbrature dell’intero 2024, depositate agli atti, dicono il resto: riposi saltati, “turni notturni consecutivi sino a cinque“, giorni di lavoro in fila senza stacco. I cambi arrivavano il giorno prima, per telefono o via WhatsApp, quando il contratto imporrebbe di programmare i turni entro il 20 del mese precedente.
Il resto è il catalogo di un reparto tenuto in piedi con lo sputo. Un’infermiera arrivata dal Centro Ustioni a tappare un buco in Cardiologia, priva perfino dell’accesso al portale della terapia: risultato, una delle ricorrenti si è ritrovata da sola a gestire la terapia di ventiquattro pazienti. E nei periodi peggiori, 2023 e 2024, “la formazione dei neoassunti durava appena due giorni“. Due giorni, in un reparto ad alta intensità.
La parte che brucia, però, è un’altra: l’azienda sapeva tutto. Lo dicono le segnalazioni degli eventi sentinella, quelle dei pazienti, quelle del personale. Lo dice soprattutto una mail della responsabile della comunicazione, che “riconosce espressamente che la situazione era nota alla direzione e che la carenza di personale costituiva un tema attuale”. Sapeva, e non ha fatto nulla: “Nonostante tale consapevolezza, non risultano all’attualità adottate misure adeguate”. I documenti depositati dopo l’avvio della causa provano che le stesse modalità “sono proseguite nel tempo e proseguono ancora oggi“.
Da qui la frase che vale l’intera sentenza: “La carenza di personale è stata fronteggiata attraverso il ricorso a modalità organizzative che hanno trasferito sui lavoratori una parte significativa del costo dell’organizzazione del servizio”.
Il giudice non si ferma al diritto del lavoro: arriva ai pazienti. “Dalla qualità della prestazione dell’infermiere dipende la salute di un’altra persona: una distrazione, una valutazione non adeguata o un errore dell’infermiere possono avere conseguenze anche gravi sulla salute del paziente“. E non serve che l’errore accada, perché è sempre presente “la pressione psicologica derivante dalla consapevolezza che, nonostante la stanchezza e il carico di lavoro, non è possibile abbassare il livello di attenzione”. Un sistema che si regge comprimendo i riposi e scaricando sui dipendenti le proprie carenze “produce conseguenze che non si esauriscono nella sfera individuale di questi ultimi, ma incidono anche sulle modalità di erogazione e sulla qualità del servizio“.
Poi i quattro paletti, uno dietro l’altro, che suonano come un avvertimento a tutta la sanità pubblica italiana: “La carenza organizzativa non può essere stabilmente trasferita sui lavoratori. Il diritto al riposo non può essere trattato come una variabile liberamente sacrificabile. La professionalità dell’infermiere non può diventare lo strumento ordinario per compensare la carenza di personale di supporto. La continuità del servizio sanitario non può essere garantita attraverso il sacrificio sistematico delle condizioni di lavoro degli operatori”.
Per Domenico Tambasco, avvocato giuslavorista del foro di Milano, “la sentenza segna un punto d’arrivo nella tutela della salute sul lavoro e afferma due importanti principi: in primo luogo, che la cronica carenza di organico non è una giustificazione, ma un inadempimento del datore di lavoro, e che il suo costo non può essere scaricato sugli infermieri – con riposi soppressi, turni cambiati all’ultimo e mansioni dequalificanti – né, di riflesso, sui pazienti. In secondo luogo, che il parametro con cui si misura l’efficienza di un’organizzazione non è il profitto né la performance, ma il rispetto della persona che vi lavora“.
Il verdetto è secco: la situazione in Cardiologia è “estremamente grave“. L’azienda è condannata ad adeguarsi al contratto nazionale sul numero di infermieri per turno e sul rispetto dei riposi, e a risarcire 500 euro netti al mese per il primo anno e 800 per gli anni successivi, a testa, dal gennaio 2021 al marzo 2025, più 22 mila euro di spese legali. Il passaggio da 500 a 800, annota il giudice, è giustificato dal fatto che lo stress “ha una evoluzione peggiorativa con il passare del tempo”. Più resti, più ti logora.
Il dispositivo non scrive una cifra complessiva, ma il conto si fa da sé: applicando i parametri del giudice alle nove posizioni, il risarcimento supera i 206 mila euro, ai quali vanno aggiunti i 22 mila di spese legali oltre accessori. Per un reparto solo. Moltiplicate per ogni reparto d’Italia dove si lavora così e avrete il conto vero: quello economico, quello sociale e quello del diritto alle cure che si assottiglia turno dopo turno. Il Niguarda, più che un’eccezione, è la punta dell’iceberg: è emerso soltanto perché nove persone hanno avuto il fegato di fare causa al proprio ospedale.
Tempismo perfetto. La sentenza arriva mentre gli assessori regionali alla Salute chiedono al governo 6,8 miliardi in più per il 2027, di cui 1,1 per gli infermieri, e il Documento programmatico di bilancio si ferma a 2,4 miliardi: soldi che copriranno energia, dispositivi e farmaci, non assunzioni. Intanto al Niguarda sessanta posti letto restano chiusi, perché gli infermieri non si trovano. All’ultimo concorso si sono presentati in meno di quaranta.
La morale la scrive il giudice: l’articolo 2087 del codice civile obbliga il datore di lavoro “non solo a predisporre strumenti idonei a garantire la tutela della salute psico-fisica dei lavoratori, ma anche a verificarne l’effettiva attuazione“. Verificare. Non fare finta di non sapere.