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Senza patto di cittadinanza, hanno ‘maranzizzato’ una generazione

Anche i figli di italiani da generazioni vivano una condizione di anomia, di paradossale cittadinanza dimezzata, di non inclusione, di spaesamento. Ce ne sono tantissimi in piazza
Senza patto di cittadinanza, hanno ‘maranzizzato’ una generazione
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Anomia. Con questo termine di etimologia greca (alfa privativo e nomos: senza norme) si è variamente designata una condizione che uno dei padri della sociologia, Émile Durkheim, ha applicato ai grandi rivolgimenti storici e che altri hanno invece ricondotto alla natura precipua del capitalismo: l’anomia, la percezione di agire in un contesto di assenza di regole, viene determinata dalla discrasia tra i desideri socialmente prodotti e i mezzi per conseguirli. In altri termini, il mondo mette – vien proprio fatto di dire – in vetrina delle cose che ti fanno luccicare gli occhi, ma che non potrai avere. Può questa essere una spiegazione alle violenze e alle devastazioni di piazza degli ultimi giorni in Italia? Le spiegazioni unifattoriali sono sempre insufficienti, soprattutto quando esse vengono date dalla ‘cattedra’ senza una adeguata analisi quantitativa e qualitativa volta a comprendere prima di valutare. Capire le motivazioni intime di migliaia di giovani non è compito banale, anzi è impresa che richiede la stesura di mappe borgesiane in scala 1:1. In altre parole, un’opera pressoché impossibile. Né è da escludere che queste spiegazioni risultino, a occhi maliziosi ma anche a persone non prive di buon senso, come assolutorie, indulgenti.

Attestiamoci dunque su questioni generalissime: se diamo per buono il tema della percezione dell’assenza di regole, occorre chiedersi se essa è prodotta solo dal capitalismo (e dunque, per semplificare, dalle condizioni materiali dell’esistenza), oppure a essa va associata, come chiave di lettura, una dimensione – non estranea certo alla prima, stante lo strettissimo rapporto tra empowerment e condizione economico-sociale – di negazione dei diritti? Si dice, in queste ore, che i ragazzi che si riversano nelle strade siano perlopiù ‘maranza’, termine spregiativo che traduce, vent’anni dopo, il racaille (feccia, canaglia) che l’allora ministro dell’interno francese Sarkozy proferì rispondendo a una donna durante una visita in una banlieue. Cosa gli manca, cosa produce la loro condizione di anomia? È lo stesso Durkheim a ricordare che “il compito dello Stato non è quello di riassumere, di esprimere il pensiero irriflesso delle masse, bensì quello di sovrapporre a questo pensiero irriflesso un pensiero più mediato che non può non essere sostanzialmente diverso”. Cosa vuol dire, applicato alla nostra generalissima analisi? Che lo Stato ha il compito di prendere con sé, di inserire, e – perché no – accogliere. Mi pare di poter dire che uno Stato che non conferisce cittadinanza a chi è nato qui, che lo chiama ‘maranza’ o ‘feccia’, rischia di produrre una sensazione di letterale ‘spaesamento’, ovvero di assenza di un Paese a cui fare riferimento come il proprio Paese. Quando questa assenza di cittadinanza – ché di questo stiamo parlando – non ti fa sentire parte di un progetto, siamo davanti a un disastro umano, al fallimento della pedagogia civile dello Stato.

Questa ‘crisi della presenza’ devasta i giovani a cui lo Stato non fornisce un appiglio per costruire il patto sociale, per consentirgli di sentirsi parte di un progetto comune da rispettare e difendere. Orbene, la ‘crisi della presenza’ riguarda solo i ‘maranza’? Perché a me pare invece che anche i figli di italiani da generazioni vivano questa condizione di anomia, di paradossale cittadinanza dimezzata, di non inclusione, di spaesamento. Ce ne sono tantissimi in piazza. Se il legame sociale trova la sua massima espressione nel patto di cittadinanza, abbiamo di fronte una generazione – non importa di chi sia figlia – che si sente esclusa, che è stata ‘maranzizzata’.
Non c’è nessuna indulgenza in questo discorso, nessuna giustificazione, nessuna estetica della violenza e del disagio sociale, nessuna cristologia ‘rivoluzionaria’. Non è affatto escluso che le proteste assumano le forme di un ‘carnevale’ che il capitalismo concede – seguendo sul punto Adam Smith – per far sfogare le passioni tristi e la noia. Non escludo che sia all’opera un nichilismo distruttivo e impolitico. Ma quello che di certo non sappiamo è cos’hanno in testa questi ragazzi, e non lo sappiamo perché non vogliamo e non sappiamo ascoltarli, laddove l’ascolto non è solo la composta postura di colui che presta attenzione al discorso piano ed educato del proprio figlio, ma è la capacità di tradurre la violenza e il disagio in domande per la società e per lo Stato che non siano solo domande di repressione, ma di inclusione e cittadinanza per tutti, italiani e stranieri.

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