Ucraina, l’incredibile storia del soldato Magura: “Salvato con un drone dopo mesi al fronte con le gambe amputate”
Si chiama Konstantin Vlasenko. Al fronte, tutti lo conoscono come “Magura“. Per mesi la sua vita è stata sospesa tra le vita e la morte, ferito alle gambe e bloccato sulla riva sinistra del fiume Oskil, nell’oblast di Kharkiv. Per sopravvivere si è amputato da solo ciò che restava degli arti, poi ha aspettato che i suoi riuscissero a raggiungerlo. Fino al 4 ottobre, quando è stato evacuato con un drone da trasporto.
La storia – nella ricostruzione delle forze armate di Kiev, che l’hanno definita la “prima evacuazione aerea al mondo dalla linea del fronte – ha inizio il 2 giugno 2025 quando Vlasenko, 49 anni, soldato della 30ª brigata meccanizzata, lascia le retrovie insieme a un compagno per raggiungere le posizioni dei suoi nel settore di Kup’jans’k, sulla sponda sinistra dell’Oskil. I due si trovano nella cosiddetta “zona grigia“, contesa con i russi. Quando l’area in cui si nascondono viene allagata dal nemico, i due riparano in un edificio abbandonato. Il compagno perde la vita durante il trasferimento verso un punto di riserva e il 14 febbraio 2026 un drone russo sgancia sul rifugio un ordigno che non uccide Vlasenko ma gli sfracella entrambe le gambe. Per non morire dissanguato, il soldato si amputa le parti maciullate, dalla metà degli stinchi in giù, piedi compresi. Da quel momento “Magura” non è più in grado di abbandonare il rifugio.
Ora per i suoi il problema è raggiungerlo. Il fiume, i campi minati e i droni russi che incrociano in cielo rendono impossibile un’evacuazione via terra. Il battaglione tenta di invare un veicolo robotizzato, ma i russi lo individuano e lo distruggono prima che arrivi da Vlasenko. Neppure le squadre di fanteria riescono ad avvicinarsi: l’area è sorvegliata dall’alto e infiltrata da soldati di Mosca.
Per tenerlo in vita, il comando invia ogni quattro o cinque giorni a Vlasenko droni che gli lanciano dall’alto viveri, sigarette e dolci. I contatti sono mantenuti via radio. Intanto i mesi passano, finché al responsabile dell’intelligence del 2° battaglione meccanizzato che coordina le attività con i droni, nome di battaglia “Alex“, viene l’idea di recuperarlo dal cielo. Dall’ideazione del piano al decollo trascorrono sei mesi. I velivoli in dotazione al reparto non sono adatti: ne serve uno capace di trasportare una persona. La scelta cade sul nuovo “Heavy Shot Ayudag-6”, drone che ha una capacità di carico fino a 130 chilogrammi ed è dotato di verricello.
L’operazione più delicata è agganciare il ferito. Vlasenko deve assicurarsi da solo al cavo, in posizione semi-seduta, utilizzando moschettoni e un’imbracatura da alpinismo. Il giorno prima della missione gli vengono quindi lanciati dall’alto l’equipaggiamento e un telefono con un video con le istruzioni. Un errore nel fissaggio o una perdita di coscienza durante il volo potrebbero essere fatali. “Quando il drone si è avvicinato, ha fatto tutto con precisione e rapidità – ha raccontato Alex -. Nessun panico, nessun ritardo: tutto si è svolto in pochi secondi”.
La missione dura meno di 90 minuti, ma è impossibile da portare a termine senza un’operazione di copertura. Il grande esacottero, dotato di 6 motori e 6 eliche, lento e appesantito dal carico, sarebbe un bersaglio troppo facile per i droni russi, compresi quelli FPV (First person view, dotati di un cavo in fibra ottica che consente all’operatore di vedere su uno schermo in tutto e per tutto simile a quella di una consolle per videogiochi l’obiettivo dell’operazione) impiegati per la difesa antiaerea. Il comando decide perciò di distrarre gli operatori nemici con un’azione diversiva.
Oltre al 2° battaglione della 30ª brigata, si mobilitano i reparti della 14ª e della 43ª brigata meccanizzata e mezzi del 10° corpo d’armata. I bombardieri pesanti Vampire attaccano all’unisono settori vicini, attirando l’attenzione degli operatori russi. Uno dei Vampire viene abbattuto, ma l’Ayudag-6 riesce a passare. “Abbiamo analizzato i dati per calcolare quando l’attività dei droni nemici fosse al minimo – ha spiegato “Alex” – e abbiamo deciso di volare sul far del giorno, nel passaggio dall’oscurità alla luce”.
Durante il tragitto, un drone Autel del battaglione segue visivamente l’Ayudag-6, fornendo agli operatori una visuale esterna., e un altro UAV, un Lucky Strike, rimane pronto a intercettare eventuali velivoli nemici. Al ritorno del drone con il ferito, l’artiglieria del 10° corpo d’armata apre il fuoco contro le posizioni di decollo degli operatori russi in modo da tenerle impegnate. Il comando ha pronto anche un piano di emergenza, con squadre di ricognizione e veicoli robotizzati dislocati vicino a punti di atterraggio alternativi.
Il velivolo mantiene il collegamento attraverso Starlink e modifica la quota seguendo l’andamento del terreno. I percorsi di andata e ritorno sono differenti, per impedire ai russi di ricostruire la rotta di rientro. “Arrivato l’ordine, sono decollato verso il punto intermedio, dove la squadra ha sostituito le batterie – ha raccontato il pilota dell’Ayudag-6, nome di battaglia “Chornyi” -. Da lì sono volato al punto di evacuazione, ho recuperato il ferito e sono tornato indietro con lui”.
La distanza è di 16 chilometri e il peso del passeggero mette sotto pressione le batterie. Per questo il drone deve fermarsi di nuovo in una posizione intermedia, dove viene ricaricato. Qui Vlasenko viene sganciato dal verricello e trasferito su un mezzo terrestre robotizzato, il “Myrtvorets“. Mimetizzato e rivestito di materassi nel vano di carico, il veicolo percorre altri otto chilometri fuoristrada. Solo una volta raggiunta una zona sicura a una distanza tale che i russi non avrebbero potuto individuarla, una squadra trasferisce il soldato su un’automobile e lo conduce a un punto medico avanzato, dove i chirurghi dell’esercito gli prestano le prime cure. “Ora è in cura e in fase di riabilitazione – ha comunicato la Compagnia dei Sistemi Terrestri e Aerei senza pilota della 92ª Brigata d’Assalto Specializzata -, la sua vita non è più in pericolo”.