Da sessantottino a prof, ora sì che torno a riconoscermi nei giovani
Sono nato nel 1951 e, dopo molto tempo, mi sento di nuovo giovane. Non «ancora»: di nuovo. Appartengo alla prima generazione per la quale la gioventù diventò un’identità collettiva, non soltanto l’anticamera dell’età adulta. Avevamo la nostra musica, la nostra moda, le nostre letture. Nel 1965 vidi i Beatles, nel ’67 gli Stones. Alla radio c’era Claudio Villa. Volevamo cambiare il mondo dei nostri genitori: tutto e subito. Ci furono cariche della polizia, strategia della tensione e violenza politica. Le conquiste non furono regalate. Le “lotte” contribuirono a ottenere diritti, mentre economia e istruzione aprivano opportunità. L’ascensore sociale funzionava: ci si laureava e si trovava lavoro, ma si poteva migliorare anche senza laurea. Ci dicevano: andate a lavorare, e noi ci andammo. Molti contestatori diventarono proprio quella classe media borghese contro cui avevano protestato, me compreso. Da una famiglia di portuali mi ritrovai professore universitario.
Dopo le conquiste le contestazioni si attenuarono. Subentrò l’edonismo degli anni Ottanta, del successo individuale, della televisione, poi del berlusconismo. Sembrava che i giovani avessero perso ideali e combattività: molti non avevano più bisogno di combattere per migliorare la propria condizione. Le aspirazioni si realizzavano senza rovesciare l’ordine esistente. Quando una società offre opportunità, diminuiscono le ragioni per contestarla. Non valeva per tutti, ma per molti sì. La voglia di scontro trovava sfogo soprattutto nelle tifoserie ultras.
Per decenni ho insegnato all’università, frequentando persone che avevano sempre vent’anni, mentre io invecchiavo. Ho visto cambiare aspettative e idee sul futuro. Non mi riconoscevo nella loro riluttanza alla contestazione. Se da giovani non si vuole cambiare il mondo, deviando dalla norma, si ferma il motore del progresso e ci si adagia. Oggi li ritrovo. Le manifestazioni studentesche (e operaie, non dimentichiamolo) in Italia e in altri paesi europei, i Fridays for Future, le proteste contro il riarmo segnalano una rinnovata aspirazione a un futuro diverso. Non tutti condividono le stesse idee, ma la mobilitazione va oltre gli estremismi. Per motivi diversi i giovani, e non solo, penso a camionisti, agricoltori e pescatori, si sollevano in Francia, Spagna, Albania e Italia.
E le devastazioni di domenica pomeriggio a Milano? Manzoni raccontava già gli assalti ai forni nei Promessi sposi: per la mancanza di pane si distruggevano proprio i forni. Le devastazioni vanno fermate, subito. Ma possono essere anche sintomi di un malessere. Come la febbre: quando sale troppo va abbassata, perché fa danni. Ma senza curarne le cause non si guarisce. Reprimere la violenza è necessario, non sufficiente. Non confondiamo chi saccheggia con chi manifesta per cambiare le cose. Perché le cose non vanno bene, anche se ci raccontano che è tutto a posto.
La mia interpretazione riguarda le possibilità di futuro. Formiamo laureati che emigrano perché non trovano prospettive adeguate in Italia. Lo Stato investe nella loro preparazione e altri paesi ne raccolgono i frutti. Intanto abbiamo bisogno di lavoratori immigrati, spesso malpagati e sfruttati. Ci preoccupiamo della denatalità, ma rendiamo difficile ai giovani conquistare autonomia, casa, lavoro e sicurezza. Chiediamo loro di costruire il futuro senza creare le condizioni per farlo.
E ora la prospettiva bellica. L’Europa, che aveva fatto della transizione ecologica una priorità, mobilita risorse enormi per il riarmo. Ho già scritto del passaggio dal benessere al “guerressere”. La sicurezza è un’esigenza reale e la difesa non coincide necessariamente con la guerra. Ai giovani prospettiamo meno opportunità e più spese militari, magari discutendo di reclutamento nell’esercito come occupazione, e dovremmo stupirci della loro rabbia? Che cosa dovrebbero difendere? Una comunità che investe nel loro avvenire o un sistema che li considera sacrificabili? “Organizzeremo la diserzione!” Erano decenni che non sentivo frasi così.
La mia generazione lottava per conquistare possibilità che non aveva. Quella di oggi si mobilita per non perdere possibilità che genitori e nonni consideravano normali. Non sono le stesse circostanze né gli stessi obiettivi. Ai giovani di allora non era ben presente il tema ambientale, ad esempio. Torna però la consapevolezza che il futuro non viene regalato. E, per questa voglia di un futuro diverso, torno a riconoscermi nei giovani.
Riconoscersi non significa pretendere di guidarli. Noi anziani non abbiamo il diritto di dire ai giovani che cosa debbano volere. A vent’anni non aspettavo indicazioni dagli adulti. Leggevamo Herbert Marcuse, che dava forma teorica alle nostre aspirazioni, ma ripetevamo: “Non fidarti di chi ha più di trent’anni”. Possiamo offrire conoscenze, esperienza, memoria, se ce le chiedono; non sostituirci a loro nel decidere il futuro, anche quando siamo d’accordo. Non considero esaurite le possibilità che mi restano di vedere il futuro. Da pennino, inchiostro e calamaio sono passato alle macchine da scrivere, ai computer. La musica e la fotografia sono diventate digitali, e poi internet, smartphone e intelligenza artificiale. Innovazioni definitive sono state superate. Quel “tutto” è subito cambiato!
Non considero il futuro una porta chiusa: potrei ancora assistere a cambi di paradigma, e sono curioso. Dopo una lunga parentesi, ritrovo giovani che vogliono cambiare il mondo. Una voglia analoga, non omologa, alla nostra: come le ali degli uccelli e quelle degli insetti, che permettono entrambe di volare, ma sono il prodotto di storie evolutive differenti.