Juventus nel baratro: la croce addosso a Spalletti, ma Carnevali ha fatto pure peggio
Fischiato, contestato, i tifosi hanno già emesso il loro verdetto. Rivogliono Antonio Conte, ancora, e magari stavolta saranno pure accontentati. Luciano Spalletti è il colpevole dell’ennesimo sfacelo juventino, la seconda stagione che rischia di essere compromessa ancora prima di cominciare. Capro espiatorio no: non c’è dubbio che abbia le sue responsabilità, che sia probabilmente un tecnico “finito” (questo è un capitolo che meriterà di essere approfondito a parte). Ma farlo oggi sarebbe come sparare sulla croce rossa, perché che squadra gli hanno fatto?
Questa Juve è la più scarsa che si ricordi, dagli anni immediati del post Calciopoli ad oggi. Una formazione senza né capo né coda, non soltanto perché il suo allenatore non è riuscito a trovarglieli. Ricordiamoci quali erano le premesse di quest’estate: la nomina a giugno di Giovanni Carnevali come nuovo amministratore delegato. Dopo gli eccessi di Giuntoli e le stravaganze dell’alieno Comolli, finalmente un dirigente forte e italiano, capace di unire le competenze gestionali a quelle di campo, profondo conoscitore del nostro campionato e del mercato. L’uomo giusto per ritrovare l’identità perduta della “Vecchia signora”. Insieme a Massara (direttore sportivo), fin qui ha fatto persino peggio dei tanto bistrattati predecessori.
È vero che i bilanci non si fanno dopo soltanto sei mesi, ma se nella frenesia del calcio moderno siamo abituati a giudicare allenatori e giocatori così rapidamente, non si vede perché non debba valere anche per i dirigenti. In fondo c’è stato un mercato di mezzo e a Comolli non è stato concesso più tempo, forse perché non godeva di buona stampa. Sicuramente la Juve si oggi sconta gli errori del passato, follie come Koopmeiners e Openda sono zavorre pesantissime per il bilancio del club. Però quest’estate, nell’anno della rifondazione, si è sbagliato tutto ciò che si poteva sbagliare.
Bisogna partire dal presupposto – evidente da subito a tutti, probabilmente anche ai diretti interessati – che la coperta era corta, non c’erano sufficienti risorse per completare la rivoluzione necessaria. Proprio per questo, diventano ancora più scellerati certi investimenti, che comunque ci sono stati: quasi 150 milioni di euro in cartellini, pur a saldo quasi zero sul bilancio. Sono stati spesi 50 milioni di euro per una punta (Kolo Muani) che non era tale, dopo averla inseguita per due anni quasi non ci fossero altri attaccanti nel mondo, a dimostrazione anche proprio di mancanza di idee, più che di soldi. Si è deciso di puntare forte su Alajbegović, giovane di sicuro talento, in una batteria di fantasisti già affollata dai vari Yildiz, Boga, Zhegrova, Conceição, volendo lo stesso McKennie visto che viene impiegato spesso in quel ruolo, mentre restava scoperto il reparto nevralgico.
Nel calcio moderno è col centrocampo che si dominano e si vincono le partite: la Juventus ha pensato di poter affrontare un’intera stagione con Koopmeiners (oggetto misterioso), Kephrem Thuram (rotto), Douglas Luiz (sul mercato), Sarr (prestito dell’ultimo minuto) e praticamente il solo Locatelli, con tutti i suoi limiti, come certezza, che si è pure infortunato subito perché la lingua batte dove il dente duole. È stato un errore dilettantesco, di cui qualsiasi tecnico pagherebbe le conseguenze. Così come ritrovarsi il primo settembre con insostituibile Nico Gonzalez, dopo aver provato a venderlo in tutti i modi fino al 31 agosto. Oppure soffiare Celik alla Roma a suon di milioni, con l’ennesimo ingaggio sconsiderato che affosserà il bilancio nei prossimi anni; giubilare a furor di popolo Di Gregorio, per incassare gli stessi gol con Vicario in porta.
Se Giuntoli con Thiago Motta aveva avviato un percorso in cui si era intravisto a tratti qualcosa, le ultime avvisaglie di vera Juve. Se Comolli era comunque mosso dall’ambizione di creare qualcosa di diverso (l’anno scorso quello bianconero ci sembrava l’attacco più forte del campionato, prima di vederlo giocare). Il mercato dimesso, conservativo di Carnevali sancisce il completamento di una parabola che ha portato la Juventus, la Signora del calcio italiano, ad essere oggi più debole non solo sul campo, ma anche sulla carta, di Milan, Roma, persino del Como (l’Inter non la prendiamo nemmeno in considerazione). A questo caos Spalletti non è riuscito a trovare un senso, non porta più alcun valore aggiunto, anzi semmai il contrario. Ma in questi casi – come si dice – il pesce puzza sempre dalla testa, bisogna risalire alla società, e forse anche più su (vero Elkann?). Che poi, confermare un tecnico a fine corsa dopo la mancata qualificazione in Champions è soltanto l’ennesima colpa che ricade più su chi decide che sul malcapitato in panchina.