Caso David Rossi, le accuse a Mussari e Ceccherelli basate su due testimoni: un imprenditore vicino alla ’ndrangheta e un detenuto
Un tentativo di intimidazione finito male. Ordinato dall’ex presidente del Monte dei Paschi Giuseppe Mussari e organizzata da un “calciante” fiorentino, Gabriele Ceccherelli, che non avrebbe però partecipato alla spedizione punitiva contro David Rossi, ma sarebbe rimasto nel vicolo. Sullo sfondo di questa vicenda, una spedizione punitiva finita male, compaiono affari opachi con la ’ndrangheta emiliana e i milioni erogati da Mps in sponsorizzazioni sportive.
È questo lo scenario ricostruito dalla commissione parlamentare di inchiesta sulla morte del manager, e ancora tutto da dimostrare, sulla base di due testimoni: un imprenditore considerato contiguo alla ‘ndrangheta e un detenuto sentito da un consulente della commissione. I due, pur non conoscendosi, hanno riferito dettagli concordanti sul presunto omicidio di Rossi. Il presidente della commissione Gianluca Vinci e il commissario Walter Rizzetto hanno ripetuto più volte che la scelta insolita di divulgare parte delle risultanze di questi verbali, sarebbe stata dettata dalla necessità di tutelare i due soggetti chiamati in causa, per consentire loro una difesa legale. Non sembra vederla così Mussari che ha definito “una follia” le prime indiscrezioni già fatte trapelare in questi giorni da Massimo Giletti, e minacciato di querelare chiunque diffonda queste contestazioni. Né Mussari, né Ceccherelli sono indagati.
Il primo testimone, l’imprenditore legato alla criminalità calabrese, è detenuto a Bologna. Secondo la sua versione, Rossi era stato messo nel mirino dal boss Nicolino Grande Aracri, “in quanto Mps aveva bloccato lo stanziamento di soldi a una società sportiva”, “una squadra di basket”: “Vorrei precisare – dice ancora l’imprenditore – che Rossi non era “molto pulito”, sono a conoscenza del fatto che era in affari con Nicolino Grande Aracri e a persone a lui vicine (una di esse ricordo in particolare il cognome Muto); nello specifico Rossi gestiva dei conti correnti per le persone citate, avendo accesso diretto a tali conti: faceva fruttare i soldi, spostandoli da un conto all’altro, convertendoli in criptovalute, poi riconvertendo i bitcoin in denaro contante per impedire il tracciamento di tale denaro”:
Secondo questa tesi, smentita dal diretto interessato, Mussari avrebbe voluto far pressione su Rossi, per convincerlo a sbloccare quegli affari, in qualche modo proteggerlo. L’incarico di spaventarlo viene affidato secondo il testimone al capitano di una squadra di calcio fiorentina, Gabriele Ceccherini, legato “allo spaccio di cocaina”, che sarebbe rimasto nel vicolo affidando l’esecuzione del piano a due compagni di squadra: “Doveva essere un giovo da ragazzi”, ma “Rossi non si piegò”.
Dettagli sulla dinamica vengono forniti dal secondo testimone, un altro detenuto, per reati diversi: i due autori della spedizione, farebbero parte dell’ambiente del calcio fiorentino, e sarebbero passati quella notte della porta principale, dopo essere arrivati con un van: “Aggiungeva poi spontaneamente che Rossi era in grado di spostare 50 milioni con un click ed erano coinvolti ingenti flussi di denaro della ’ndrangheta”. Informazioni “sensibili” sarebbero state detenute da Rossi “in pc e chiavette”. La commissione ha annunciato che gli atti saranno inviati alle varie Procure interessate, che molto probabilmente potrebbero essere Brescia (a cui compete il filone sulla ndrangheta mantovana), e le Dda di Bologna e Firenze.