La “formula magica” di Ghalibaf: chi controlla gli Stretti cambia i tassi d’interesse
di Giacomo Gabellini
Nei giorni scorsi, il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha pubblicato un post sul suo profilo X in cui presentava versione opportunamente ritoccata dell’equazione elaborata nel 1993 dall’economista di Stanford John Taylor e affermatasi rapidamente come una delle formule di riferimento per le Banche Centrali in materia di determinazione dei tassi di interesse.
Nello specifico, l’equazione mette in relazione il tasso di interesse sui titoli di Stato a dieci anni con l’andamento dell’inflazione e l’output gap, raccomandando di innalzare i tassi di interesse quando l’inflazione supera l’obiettivo del 2% e/o la produzione economica eccede il suo potenziale.
Straits Taylor Rule:
i = r* + π* + 1.5(π−π*) + 0.5(y−y*) + α(SOH−SOH*) + β(BEM−BEM*), α,β > 0
Let’s see if a hike could open SOH or produce a single barrel :)
You can’t 25bp a chokepoint and r* isn’t neutral. It’s SOH risk premium, and We set it.
Stay unanchored !
— محمدباقر قالیباف | MB Ghalibaf (@mb_ghalibaf) September 16, 2026
La logica è elementare: tassi di interesse più alti rendono più costoso indebitarsi. Quando il costo del credito aumenta, privati e aziende riducono la propria propensione all’indebitamento e riducono la spesa, raffreddando così la dinamica dei prezzi. Ghalibaf ha integrato a questi aspetti già considerati nell’equazione di Taylor due nuove variabili, rappresentate dallo Stretto di Hormuz (denominato “SOH”) e da quello di Bab el-Mandeb (denominato “BM”). Nella “Stratis Taylor Rule” coniata da Ghalibaf, i tassi di interesse statunitensi crescono proporzionalmente alla gravità dell’interruzione dei traffici di idrocarburi in questi due nevralgici punti di strozzatura. Alla formula, il presidente del Parlamento iraniano ha aggiunto un commento: “non si possono risolvere i problemi di un punto di strozzatura con 25 punti base in più”.
Tradotto: un innalzamento dei tassi di interesse ad opera della Federal Reserve non garantisce la riapertura dei due Stretti, né l’aumento dell’offerta di petrolio. In compenso, chi controlla Hormuz e Bab el-Mandeb influisce indirettamente sulla determinazione dei tassi di interesse negli Stati Uniti in quanto titolare della prerogativa di dettare tempi e modi del traffico marittimo. E, quindi, di aumentare discrezionalmente i prezzi petroliferi. Ovvero di far lievitare l’inflazione.
Le dinamiche belliche che hanno interessato la regione del Golfo Persico negli ultimi tempi avvalorano la tesi di Ghalibaf. Nei dieci giorni antecedenti al 16 settembre, data in cui il direttivo della Federal Reserve si è riunito per deliberare in materia di tassi, gli iraniani hanno preso di mira alcune petroliere nei pressi dello Stretto di Hormuz, mentre Ansarallah ha bersagliato la raffineria saudita di Jizan e assunto il controllo della costa prospiciente lo stretto di Bab el-Mandeb. Parallelamente, uno sciame di droni lanciato dalle milizie sciite irachene ha colpito l’oleodotto East-West, sospingendo il prezzo del petrolio al di sopra della soglia critica dei 100 dollari per barile. Un copione sostanzialmente analogo era andato in scena poche ore prima della riunione del board della Federal Reserve di fine luglio, quando alcuni missili lanciati da Ansarallah avevano centrato due petroliere saudite facendo anche in quel caso salire il prezzo petrolio sopra i 100 dollari.
Il prossimo vertice del direttivo della Federal Reserve è previsto per il 28 ottobre. Si tratta di una data da tenere d’occhio, visti i precedenti.