Ben venga il melodramma nei licei, ma attenzione a non confondere un annuncio per una riforma
Ben venga il melodramma nei licei. L’annuncio dato dal ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, in un incontro di lunedì scorso al Teatro alla Scala, mi trova d’accordo. A partire dall’anno scolastico 2027/28 l’opera lirica dovrebbe entrare nei programmi di Letteratura italiana, accanto a Leopardi e Manzoni. Una “piccola rivoluzione”, a detta del ministro. Piccola, in effetti, se si considera quanto resta ancora da fare affinché la musica – antica, moderna e contemporanea, sinfonica e cameristica – abbia nella scuola italiana il posto che le spetta.
Valditara dice bene quando denuncia lo snobismo culturale che un secolo fa ha relegato il melodramma ai margini della formazione scolastica. E anche quando ricorda che il cittadino comune forse non declamava L’Infinito, ma cantava il Va’, pensiero. L’immagine è efficace, restituisce alla musica lirica il suo ruolo nella vita collettiva del Paese. Ma, se da qui si parte, si deve arrivare un po’ più lontano. Perché il melodramma non è soltanto letteratura. E non è neppure solo un capitolo della storia dell’identità nazionale. È un’arte nella quale poesia, musica, teatro, voci, coro, orchestra, danza si fondono in un linguaggio irriducibile alla semplice somma aritmetica delle sue parti. Studiare il libretto senza comprendere la partitura significa leggere metà dell’opera. E sarebbe paradossale celebrare il ritorno della lirica a scuola mettendo in secondo piano proprio la musica.
Prendiamo Verdi, che il ministro vorrebbe affiancare ai grandi nomi della nostra letteratura. Si può davvero comprendere Rigoletto, La traviata o Aida senza capire come la musica ‘costruisce’ i personaggi, ne svela le contraddizioni, ne rappresenta i conflitti, e dà voce a ciò che le parole non saprebbero esprimere? Si può cogliere la grandezza di quest’arte, di questo teatro senza curarsi delle strutture musicali che conferiscono flagranza scenica ed emotiva? Il melodramma non è un testo poetico rivestito di note. Perciò richiede modalità di comprensione specifiche. Altrimenti si resta alla superficie.
Proprio qui sorgono le perplessità. Se il melodramma fa capolino nei programmi di letteratura italiana, saranno soprattutto i docenti di Lettere a doversene occupare. Benissimo, purché non si pretenda che di punto in bianco sappiano fare anche ciò per cui non sono stati formati. La competenza musicale non si improvvisa, così come non si improvvisa quella letteraria. Non bastano le buone intenzioni, né la sensibilità personale: per insegnare a comprendere la musica occorrono conoscenze e strumenti.
Che si fa, allora? Se si affida ai docenti di italiano il compito di aprire una finestra sul melodramma, bisogna investire nella loro formazione musicale. Sarebbe una scelta coerente, concreta, indispensabile. Vanno pertanto reperiti i fondi per i corsi di formazione: li si cerchi, li si troverà. Per altre cose non sembra che manchino. Se invece, come pare, il ministro esclude questo investimento, la contraddizione è palese: si assegna alla scuola un nuovo obiettivo senza porre gli insegnanti nelle condizioni di raggiungerlo.
C’è poi una questione più generale, che l’annuncio ministeriale lascia inevasa. È forse giusto che la musica entri nei licei dalla porta di servizio, ospite della letteratura, invece di essere disciplina a pieno titolo? Nei licei – in tutti i licei, molto giustamente – si studia la Storia dell’arte. Perché non dovrebbe esserci anche la Storia della musica, affidata a docenti con preparazione specialistica acquisita nelle università e nei conservatori? La musica racconta la storia, interpreta la società, costruisce visioni del mondo, elabora idee e sentimenti: è dunque fondamentale per l’educazione tout court, e ancor di più per l’educazione sentimentale, di cui tanto si favoleggia. Privarne i giovani cittadini significa consegnare loro una cultura monca, nella quale si apprende a leggere e a guardare, ma non ad ascoltare.
Dunque, sì al melodramma nei licei. Ma attenzione a non scambiare un annuncio per una riforma e una buona intenzione per una politica culturale. Aggiungere Verdi al programma d’Italiano è positivo, ma non è ancora una rivoluzione. L’opera in musica ha il diritto di essere insegnata per quello che è, con docenti attrezzati e con la dignità riservata agli altri saperi. Il concetto di base è semplice: il melodramma non è (solo) intrattenimento, pretesto per spettacoli d’élite: è un patrimonio culturale che va trasmesso alle generazioni future. Responsabili di ciò siamo (e saremo) tutti noi, cittadini, docenti, ministri.