In Italia anche i trasporti sono una questione di classe: 4,9 milioni di famiglie si impoveriscono per il salasso di macchine e carburanti. Il peso dell’auto “forzata”
Il pieno costa più di due euro al litro, ma rinunciare all’auto spesso non si può. L’Italia è il Paese europeo con più auto per abitante ed è anche quello in cui autobus e treni non offrono via d’uscita ai rincari. Come naturale conseguenza, la mobilità comprime altri consumi essenziali. Secondo il rapporto Affrontare la povertà dei trasporti in Italia, realizzato per Transport & Environment (T&E) da Università della Tuscia e Tessa sui dati del 2024, 4,9 milioni di famiglie (il 18,46% del totale) sono esposte a un peso eccessivo dei trasporti sul proprio bilancio e spendono per muoversi oltre il doppio della quota mediana nazionale.
La spesa che aumenta
Secondo la serie elaborata nel rapporto (su dati Istat integrati con ACI, Ispra, Mef, CCISS e OpenStreetMap), nel 2024 una famiglia italiana spendeva in media 297 euro al mese per i trasporti, il 10,78% dei suoi consumi complessivi. Nel 2021 erano 277 euro e nel 2020, con i lockdown, 254. “In Italia la mobilità non è un terreno neutro: moltiplica disuguaglianze economiche e territoriali che già esistono – spiega Esther Marchetti, Clean Transport Advocacy Manager di T&E Italia – Milioni di famiglie non usano l’auto per scelta ma perché non hanno alternative, e pagano il conto degli shock di costo dell’energia, che non controlliamo”
Non tutti possono spendere allo stesso modo
Non tutti, però, spendono allo stesso modo o possono farlo. Tra le famiglie che possiedono almeno un’automobile, rileva T&E, la quota dei consumi destinata ai trasporti va dal 9% nel decimo di spesa più basso al 16,4% in quello più alto. La spiegazione è che chi ha più capacità di spesa compra e cambia auto, tanto che acquisto e leasing coprono quasi metà della sua spesa per mobilità. Nei primi quattro decili di spesa, gli acquisti di auto nuove sono pressoché assenti e quelli di usate riguardano meno dell’1% delle famiglie; nel decile più alto, invece, oltre il 15,5% ha comprato un’auto nuova nell’ultimo anno. I meno abbienti, insomma, limitano gli spostamenti e comprano usato, ma restano vincolati a carburante, assicurazione e manutenzione.
Possesso forzato dell’auto
Il confine decisivo passa poi dalla geografia. L’Italia contava 701 auto ogni mille abitanti nel 2024, contro 578 nell’Ue, il 99,3% del parco era ancora alimentato a benzina, gasolio o gas. Per le famiglie del decimo di reddito più basso la media era di 0,5 auto nelle città metropolitane contro 0,9 nei comuni sotto i 50mila abitanti. E’ quello che viene definito “possesso forzato dell’auto”, non certo una misura del benessere. Senza bus, anche chi fatica a pagarla deve mantenerne una per lavorare, accompagnare i figli o curarsi.
Redditi bassi: più esposti
La vulnerabilità esplode quindi dove questa dipendenza incontra redditi più bassi. Il rapporto stima 643mila famiglie particolarmente esposte ai costi del carburante nel 2024, pari al 2,41% di tutti i nuclei italiani. L’incidenza sale al 7,54% in Calabria, al 5,49% in Basilicata e al 4,91% in Sicilia. Il problema investe anche aree interne e montane del Centro-Nord. Nei piccoli comuni sotto i 50mila abitanti la quota di famiglie colpite contemporaneamente da povertà energetica e dei trasporti è dell’1,72%, contro lo 0,32% delle metropoli: oltre cinque volte tanto.
E se la benzina aumenta ancora? Gli studiosi hanno simulato i rincari senza ipotizzare che, nell’immediato, le famiglie possano ridurre i chilometri percorsi. Con uno shock del 26,8% dei prezzi, analogo al più forte aumento storico osservato su sei mesi, la spesa media per il carburante salirebbe di 27,43 euro al mese e circa 1,6 milioni di famiglie aggiuntive dei primi tre decili di reddito supererebbero la soglia di vulnerabilità utilizzata dal modello.
L’alternativa che non c’è: 766 comuni carenti
L’alternativa, sulla carta, è il trasporto pubblico ma l’offerta rilevata nel rapporto è impari: 6.695 posti-chilometro per abitante all’anno nelle città metropolitane – cioè il numero di posti disponibili moltiplicato per i chilometri percorsi dai mezzi – , contro 2.318 nei capoluoghi di provincia e 2.120 nei comuni del Sud. I comuni in raggruppamenti territoriali ad alta carenza di accesso ai trasporti locali sono 766, soprattutto sulle Alpi e sugli Appennini, in Sardegna e Sicilia e nelle aree interne.
Nessuno sconto può sostituire i trasporti pubblici
Il punto è che neppure uno sconto sull’abbonamento può far arrivare una corsa che non esiste. Il rapporto ricorda che il Bonus Trasporti del 2022-2023, fino a 60 euro, ha alleggerito la spesa di chi già usava bus e treni: nella simulazione sui nuclei più poveri abbonati, la quota oltre una soglia di spesa del 15% scende dal 7% a meno del 5%. Il beneficio poi si concentra dove l’offerta esiste, lasciando fuori chi è costretto all’auto.
Extra rapporto, ha senso segnalare che in una nota del 30 luglio 2026, le associazioni delle aziende di trasporto Agens, Anav e Asstra stimavano che al Fondo nazionale per il trasporto pubblico locale mancassero oltre 800 milioni di euro l’anno per effetto del mancato adeguamento all’inflazione. Una legge di giugno ha aggiunto 80 milioni annui dal 2026, destinati però ai rinnovi contrattuali, non a nuove linee. Quando sale il prezzo del pieno, insomma, per milioni di italiani la scelta è solo apparente: pagare di più per muoversi o rinunciare a muoversi.