Trump sfida il Congresso sulle forniture di petrolio russo: anche molti repubblicani contrari. L’ombra del disimpegno sull’Ucraina
Donald Trump non ha mai avuto una grande opinione del Congresso Usa. Lo ha definito una “barriera costituzionale”, che punterebbe soprattutto a limitare l’autorità dell’esecutivo, quindi la sua. Quando, lo scorso luglio, alcuni repubblicani si sono offerti di negoziare sui dazi – la Costituzione americana dà del resto al Congresso l’autorità di imporli – Trump ha risposto a muso duro che “non spetta a voi negoziare, spetta a me”. Sono poi pesantissimi gli insulti che il presidente ha spesso rivolto ai membri del Congresso: “Sfigato”, “malata di mente”, “pervertito”, “agente straniero”. Alla storia di questo rapporto non esattamente idilliaco si aggiunge in questi giorni un nuovo capitolo.
Casa Bianca e Congresso sono ai ferri corti per l’accordo concluso da Trump e Vladimir Putin per aumentare la fornitura di petrolio russo all’America e al mondo. Secondo quanto annunciato, la Russia fornirà subito oltre 300mila tonnellate di gasolio, seguite da 500mila tonnellate a novembre e così via, in un crescendo che dovrebbe portare al trasferimento di tre milioni di tonnellate – fatta salva la capacità delle raffinerie russe di tenere il passo con le commissioni. In cambio, il Dipartimento del Tesoro Usa dispone una sospensione di sei mesi delle sanzioni alle esportazioni russe di gasolio. Nelle intenzioni di Trump la misura dovrebbe portare a una discesa del prezzo del petrolio e quindi a migliori prospettive per i candidati del G.O.P alle elezioni di midterm. Dal Congresso emergono invece soprattutto voci critiche. Secondo i democratici, ma anche secondo molti repubblicani, l’intesa è illegale e sferra un duro colpo sia alle speranze degli ucraini che al ruolo che gli Stati Uniti hanno giocato per decenni sulla scena mondiale.
Le critiche dei democratici erano previste e si concentrano soprattutto sulla nuova sfida che Trump lancia al “governo della legge”. Nel 2022 il Congresso ha esplicitamente vietato le importazioni di energia russa. Meno di un mese fa ha poi approvato a larghissima maggioranza il “Lindsey O. Graham Act”, un pacchetto che inasprisce le sanzioni contro i settori energetico, finanziario e della difesa russi. L’accordo viene dunque interpretato come l’ennesimo affronto di Trump alla volontà del legislativo. Come risposta, sette senatori – i repubblicani Susan Collins, Lisa Murkowski, Thom Tillis e John Curtis, i democratici Jeanne Shaheen, Richard Blumenthal e Ron Wyden – hanno quindi firmato un documento che chiede alla Casa Bianca il rispetto della legge. Questo è uno degli aspetto più interessanti della nuova sfida che si va delineando. Ad opporsi all’accordo voluto da Trump non ci sono soltanto i democratici e qualche sparuto cane sciolto repubblicano. A opporsi ci sono ormai settori importanti del G.O.P.
“Dovrebbe rescinderlo subito e imporre sanzioni a ogni Paese che acquista energia russa”, dice ora l’ex vicepresidente Mike Pence. “Abbiamo bisogno di prezzi del diesel più bassi per gli agricoltori e i consumatori, ma acquistare gasolio dalla Russia è la risposta sbagliata”, spiega Don Bacon, deputato del Nebraska, dove milioni di agricoltori hanno subito in modo particolarmente pesante l’aumento del prezzo della benzina. A far uscire allo scoperto molti è anche l’evidente frattura con il passato che l’intesa mostra. La rimozione delle sanzioni “finanzierà la macchina da guerra del Cremlino”, afferma ora il deputato texano Michael McCual. Secondo alcune analisi, l’operazione potrebbe trasferire 4 miliardi circa di dollari all’economia russa. Senza contare che, mentre fa affari con l’antico rivale, Trump chiede al presunto alleato, quindi all’Ucraina, di sospendere le operazioni militari sulle raffinerie russe. Emerge così un altro aspetto della vicenda. L’accordo tra Trump e Putin viene visto dagli europei come l’ennesima dimostrazione – ce ne fosse bisogno – dell’abbandono da parte degli Stati Uniti dei principi dell’atlantismo e più in generale di un ruolo a garanzia dell’ordine mondiale. Alcuni giornali, tra questi il New York Times, hanno ricostruito quanto avvenuto in un golf club della Florida, di proprietà di Steve Witkoff, dove gli americani hanno riunito gli europei per aggiornarli sugli sviluppi negoziali. Sono stati proprio Witkoff e Jared Kushner, a inizio riunione, a informare dell’intesa sul diesel. La reazione è stata di sbalordimento collettivo. Al delegato ucraino, che ha chiesto cosa gli Stati Uniti pensassero di ottenere, i funzionari americani hanno risposto in un modo che non ammette risposta – e che lascia presagire un probabile, ulteriore disimpegno americano: “Gli Stati Uniti hanno già fatto molto, moltissimo, per l’Ucraina”.