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Ilva, la protesta non si ferma: disagi per i trasporti a Taranto. Salis: “Si lavora a una soluzione per Genova”

Statali bloccate alle porte del capoluogo jonico: il presidio davanti all'Eni manda in tilt il rifornimento dei bus urbani. Lettera degli operai liguri a Piantedosi: "Possiamo lavorare, ecco come"
Ilva, la protesta non si ferma: disagi per i trasporti a Taranto. Salis: “Si lavora a una soluzione per Genova”
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La protesta degli operai dell’Ilva, ormai ferma, va avanti a oltranza da Taranto a Genova. Il secondo giorno di proteste inizia a creare disagi, soprattutto nella città pugliese mentre nel capoluogo ligure i lavoratori insistono, insieme alle istituzioni, per una soluzione autonoma che passerebbe attraverso l’acquisto di materiale grezzo sul mercato che dovrebbe poi essere lavorato nello stabilimento di Cornigliano. Durante la notte, i dipendenti si sono accampati davanti alla prefettura con le tende e hanno invitato la cittadinanza a un barbecue solidale al quale ha partecipato anche il presidente della Regione Marco Bucci.

Questa mattina, in occasione della visita del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in Prefettura, a pochi metri dal “campeggio” di protesta, gli operai hanno consegnato al capo del Viminale una lettera nella quale hanno illustrato un possibile piano per permettere alla fabbrica di continuare a lavorare anche se fosse confermato in Cassazione, il prossimo 20 ottobre, il fermo dell’area a caldo di Taranto che produceva il materiale poi laminato in Liguria. Sarebbe così evitato lo spettro della cassa integrazione per circa 2.000 lavoratori, già annunciata dai commissari straordinari che hanno disposto lo stop alle attività “entro il 15 novembre”, una data che – apprende Ilfattoquotidiano.it – sarà in realtà anticipata di una settimana. La situazione, ha annunciato la sindaca Silvia Salis, potrebbe sbloccarsi: “I commissari sono al lavoro per una soluzione”. Consisterebbe nell’acquistare il materiale sul mercato, lavorandolo a Genova e Novi Ligure, per poi rivenderlo.

Anche a Taranto la manifestazione non si è praticamente mai interrotta. I blocchi stradali sono andati avanti tutta la notte, sia lungo la Statale 106 che sulla Bari-Taranto. Il presidio taglia in due le principali arterie di ingresso e uscita dalla città verso Nord e verso Sud e iniziano a registrarsi i primi disagi: non solo sul traffico, con lunghe code in uscita dalla città, ma anche difficoltà nei rifornimenti di carburante costringono Kyma Mobilità, azienda che gestisce il trasporto pubblico, a rivedere il servizio. A determinare la situazione è l’interruzione del passaggio ai varchi della raffineria Eni, che impedisce ai mezzi incaricati di consegnare il gasolio di raggiungere regolarmente le destinazioni. Fino a lunedì sera erano 37 le autocisterne bloccate nello stabilimento. L’azienda partecipata per la mobilità urbana ha avvertito gli utenti con un comunicato, preannunciando “significative modifiche” alla programmazione.

“Con il proseguire del blocco del varco della Raffineria Eni, non è stato possibile effettuare il regolare approvvigionamento di gasolio utile al rifornimento degli autobus”, riferisce Kyma Mobilità. Rimane però l’incognita sull’effettiva disponibilità delle corse. “Al momento non è possibile indicare con certezza le corse regolari”, precisa la società, senza pubblicare un elenco delle linee interessate o una tabella degli orari garantiti. Le ripercussioni della mobilitazione per la vertenza siderurgica si estendono così anche al trasporto pubblico cittadino, con possibili difficoltà per chi deve raggiungere il posto di lavoro, le scuole o le strutture sanitarie. Per gli utenti resta l’incertezza sulla regolarità delle corse, mentre il servizio potrebbe subire variazioni legate all’impossibilità di garantire il normale rifornimento dei mezzi.

Nel pomeriggio, il governo porterà in Consiglio dei ministri un decreto che prevede il finanziamento della cassa integrazione per i circa 9.000 dipendenti: la prima dotazione dovrebbe coprire almeno tre mesi, ma la ministra del Lavoro Marina Calderone aveva già annunciato che la vendita a un nuovo acquirente avverrà entro 8 mesi. Si prevede quindi un lungo calvario. I sindacati Fim, Fiom, Uilm e Usb chiedono però di rinforzare il provvedimento con incentivi per le uscite, i prepensionamenti e una norma che permetterebbe ai lavoratori esposti all’amianto di lasciare prima la fabbrica.

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