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In una settimana ArtCraft sforna sette alternative ai prodotti Adobe. Capite la rapidità dell’Ai?

Uno sviluppatore ha usato Claude di Anthropic per replicare software molto usati: menù familiari, costi ridotti, sistemi intelligenti. E ora? Si aprono questioni giuridiche ed economiche
In una settimana ArtCraft sforna sette alternative ai prodotti Adobe. Capite la rapidità dell’Ai?
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di Fabrizio Marozzo*

Nel dicembre del 1979, Steve Jobs visitò lo Xerox PARC, un centro di ricerca nella Silicon Valley dove si stavano sviluppando tecnologie destinate a cambiare la storia dell’informatica. Durante quella visita vide un computer che poteva essere utilizzato attraverso finestre e un mouse, senza digitare complicati comandi. Jobs ne intuì immediatamente le potenzialità. Pochi anni dopo, Apple contribuì a diffondere le interfacce grafiche con Lisa e Macintosh. Quell’episodio divenne uno dei più discussi della storia dell’informatica: c’è chi parlò di genialità imprenditoriale e chi di appropriazione delle idee altrui. Le polemiche sfociarono persino in una causa giudiziaria intentata da Xerox contro Apple nel 1989, poi respinta. Ma fino a che punto è legittimo osservare il funzionamento di una tecnologia e realizzarne una propria versione?

Quasi cinquant’anni dopo, la domanda torna con ArtCraft. Brandon Thomas, uno sviluppatore americano, ha usato l’AI generativa, in particolare Claude di Anthropic, per realizzare alternative a Photoshop, Illustrator, Premiere Pro, Acrobat, Word, Excel, PowerPoint e AutoCAD. Applicazioni gratuite e open source, create in tempi brevissimi. In una sola settimana sono state pubblicate sette alternative ai prodotti Adobe, con circa un milione e mezzo di righe di codice e migliaia di modifiche registrate.

Il risultato colpisce: interfacce familiari, menù e strumenti simili a quelli usati da milioni di persone. Non sono ancora equivalenti agli originali: mancano funzioni avanzate, persistono problemi di compatibilità e alcune operazioni sono poco affidabili. Ma il punto non è quanto siano completi oggi: è quanto rapidamente sia diventato possibile costruirli e migliorarli.

Per capire la portata della novità, pensiamo a come nasce un software. Tradizionalmente, un programmatore individua una soluzione e progetta algoritmi, strutture dati e interfacce per realizzarla. Replicare un’applicazione complessa significa affrontare migliaia di dettagli perfezionati da centinaia di sviluppatori per decenni. Con l’AI si può accelerare un approccio diverso: osservare come si comporta un programma e provare a riprodurne i risultati. Come un cuoco che assaggia un piatto e cerca di ricostruirne la ricetta.

La forza, però, non sta nell’indovinare la soluzione al primo tentativo, ma nel migliorarla ripetutamente avendo un obiettivo preciso. Se applico un filtro a una fotografia, conosco l’effetto atteso; se eseguo una formula, conosco il risultato corretto. L’AI può scrivere una prima versione del codice, anche molto sbagliata, provarla, confrontare i risultati e correggerla. Poi riprova, verifica e modifica ancora. Ogni errore può fornire informazioni utili al tentativo successivo. Più agenti AI possono lavorare in parallelo su componenti diversi, coordinando modifiche e test. Ripetendo questi cicli, con obiettivi misurabili, verifiche affidabili e supervisione tecnica, una soluzione incompleta può avvicinarsi progressivamente al risultato desiderato. Non è garantito, ma il processo può ridurre enormemente tempi e costi di sviluppo.

C’è poi il valore delle interfacce. Spesso continuiamo a usare un programma perché sappiamo dove trovare ogni comando. È come andare sempre nello stesso supermercato: conosciamo gli scaffali e troviamo subito ciò che cerchiamo. Cambiare significa imparare a orientarci da capo. Con Photoshop, Word e AutoCAD accade lo stesso. Gli utenti hanno investito anni nell’imparare a usarli: per le aziende è un grande vantaggio competitivo. Ma se un programma gratuito offre un’interfaccia simile e riproduce le funzioni più usate, cambiare potrebbe diventare molto più facile.

ArtCraft aggiunge un altro elemento: le applicazioni nascono per essere controllate direttamente anche dagli agenti AI. Non è come aggiungere un assistente a programmi costruiti in decenni, con componenti pensati soprattutto per le persone. Un software progettato nativamente per gli agenti può rendere le funzioni direttamente richiamabili e combinabili dai sistemi intelligenti. Anche i programmi tradizionali possono evolversi in questa direzione, ma adattare architetture consolidate può essere molto più complesso che progettare tutto fin dall’inizio. Questo potrebbe rappresentare un ulteriore vantaggio competitivo per le nuove applicazioni.

Si aprono questioni giuridiche ed economiche. Il codice sorgente è protetto dal diritto d’autore, mentre funzioni e interfacce possono ricevere tutele diverse. Ricreare un programma senza copiarne il codice non significa necessariamente violare la legge, ma non esclude controversie. Come potranno le aziende proteggere il valore di software sviluppati con anni di lavoro e ingenti investimenti, se altri potranno ricrearne le principali funzionalità in pochi giorni grazie all’AI? Il problema riguarda anche le piccole imprese che vivono del software che sviluppano.

Siamo probabilmente davanti a un episodio che ricorderemo come il segnale di una trasformazione più grande. Non perché questi programmi siano già perfetti, ma perché mostrano quanto rapidamente cambino le possibilità di sviluppo. L’AI non accelera soltanto la scrittura del codice: potrebbe cambiare il valore del software e il modo in cui lo utilizziamo. La sfida non sarà soltanto proteggere ciò che abbiamo costruito, ma capire come riorganizzare il nostro lavoro e le nostre imprese.

*professore associato di Ingegneria informatica, Università della Calabria

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