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Israele usa l’arma della delegittimazione contro il Nobel a Pillay. E non è la prima volta

Folke Bernadotte, diplomatico svedese, fu assassinato dai sionisti di Banda Stern. E' sepolto vicino ad Alfred Nobel. Rievocare quell'omicidio acquista un significato particolare oggi
Israele usa l’arma della delegittimazione contro il Nobel a Pillay. E non è la prima volta
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Ci sono tombe che custodiscono più della memoria dei morti: custodiscono le contraddizioni dei vivi.

Nel cimitero di Norra Begravningsplatsen, a Solna, nei pressi di Stoccolma, la memoria di Alfred Nobel – l’inventore della dinamite che volle destinare parte della propria fortuna a premiare chi avesse contribuito alla pace – incontra quella di Folke Bernadotte, il diplomatico svedese che dedicò la propria vita a salvare esseri umani dalle persecuzioni e che proprio mentre cercava di costruire la pace in Palestina fu assassinato dall’organizzazione terroristica sionista di estrema destra Lehi, meglio nota come Banda Stern. La collocazione vicina delle loro tombe, invita a riflettere sulla distanza, talvolta tragica, tra i valori proclamati e le azioni compiute in loro nome. E acquista un significato particolare oggi, dopo l’assegnazione del Nobel per la Pace alla sudafricana Navi Pillay e dopo la violentissima reazione del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu.

Folke Bernadotte non era un rivoluzionario né un uomo d’armi. Conte della famiglia reale svedese e vicepresidente della Croce Rossa svedese, durante la Seconda guerra mondiale fu protagonista dell’operazione dei Bus Bianchi, attraverso cui, negli ultimi mesi del conflitto, migliaia di prigionieri, tra i quali numerosi ebrei furono evacuati dai campi di concentramento nazisti. L’operazione, inizialmente concepita soprattutto per salvare cittadini scandinavi, si estese anche a numerosi altri detenuti, tra i quali ebrei.

All’inizio del 1948 le Nazioni Unite, che nell’anno precedente avevano stabilito con una risoluzione la partizione dei territori mandatari in Stato di Israele e in stato di Palestina, gli affidarono una missione ancora più difficile: mediare nel conflitto interno subito scoppiato tra israeliani e arabi palestinesi. Bernadotte cercò una tregua, propose soluzioni politiche e affrontò anche il problema dei profughi palestinesi, espulsi o fuggiti. La sua ricerca di un compromesso urtò interessi e ambizioni nazionaliste che non ammettevano interferenze.

Il 17 settembre 1948, a Gerusalemme, la sua automobile fu fermata da uomini armati. Bernadotte e il colonnello francese André Sérot, che lo accompagnava, vennero uccisi. L’attentato fu attribuito al Lehi. Le ricostruzioni storiche collegano l’assassinio alla leadership del gruppo, nella quale figurava Yitzhak Shamir, destinato in seguito a diventare primo ministro israeliano. Nessuno fu mai condannato per l’omicidio.

La storia, naturalmente, non autorizza a identificare automaticamente un’organizzazione clandestina del 1948 con un governo contemporaneo. Ma consente di riconoscere una somiglianza inquietante nei meccanismi della delegittimazione: ieri il diplomatico che cercava un accordo poteva essere percepito come un nemico; oggi chi denuncia possibili crimini contro i palestinesi viene accusato di odio e di complicità con il terrorismo. È in questo contesto che potrebbe essere letta l’oscena polemica sollevata dal ministero degli Esteri israeliano.

La commissione presieduta da Pillay ha concluso nel 2025 che Israele ha commesso genocidio nella Striscia di Gaza. La risposta dell’esecutivo israeliano è stata durissima. Ha definito l’assegnazione una strumentalizzazione del premio destinata a legittimare l’odio e i pregiudizi contro Israele, accusando Pillay di demonizzare politicamente il Paese e di promuovere le accuse di genocidio. Poi ha evocato Joseph Goebbels, il ministro della propaganda di Hitler: “Ora che la commissione del Nobel ha premiato la più grande menzogna del XXI secolo, Joseph Goebbels sta certamente applaudendo dall’inferno”.

L’argomento è grave, perché trasforma una controversia sul diritto internazionale in un’accusa morale assoluta: chi denuncia le condotte di Israele viene collocato, per implicazione, dalla parte dei nazisti. Evocare Goebbels non smonta però una contestazione giuridica. È un modo per spostare il confronto dal terreno dei fatti a quello della delegittimazione personale. Le accuse di genocidio devono essere esaminate sulla base delle prove e del diritto, non considerarle vere o false in virtù delle intenzioni attribuite a chi le formula.

È qui che le tombe tornano a parlare. Quella di Nobel ricorda che la pace non può essere ridotta a una parola ornamentale, da celebrare quando conviene e screditare quando diventa scomoda. Quella di Bernadotte ricorda che chi prova a imporre una tregua, difendere i civili o cercare una soluzione negoziata può diventare bersaglio proprio perché ostacola chi vuole decidere con la forza.

Non si tratta di affermare che la storia si ripeta identica, né di confondere le responsabilità individuali con quelle collettive. Gli ebrei non sono il governo Netanyahu, ma quando esso accusa una giurista di essere nemica della verità e la accosta idealmente alla propaganda nazista, finisce per riproporre una logica pericolosa: non discutere le accuse, ma screditare chi le pronuncia.

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